Sveglia, mettersi davanti al pc in Dad (altrimenti pullman fino al Liceo delle Scienze Umane a Piazza), poi un pranzo veloce perché alle 14 e 30 c’è già il treno per il Lingotto. Quindi ecco la navetta che porta dritto a Vinovo, di modo di essere, alle 16, in campo. «Ci alleniamo un’oretta e mezza, poi torno in stazione e alle 19 e mezza scendo a Mondovì. A casa mangio e riposo un attimo. Lo studio? In treno o dopocena». È la storia di una giornata tipo nella vita di Martina, che di cognome fa Magliano, ha 18 anni e vive a Rocca de’ Baldi. Da quando ne aveva 12 però è abituata a fare “avanti e indietro”, con la maglia bianconera della Juventus, squadra femminile. Di “professione” attaccante, ora spostata più sull’esterno, ma da sempre abituata a fare gol. Tanti gol. A gennaio di quest’anno – al termine di un periodo in cui, nell’ordine, ci sono stati un brutto infortunio, il lungo stop e, ciliegina sulla torta, l’arrivo della pandemia – giunge però la notizia più bella: la Juventus la richiama a casa, nella formazione Primavera (l’anticamera della prima squadra).
Ciao Martina, riavvolgiamo il nastro da capo. Come sei entrata nel mondo del calcio?
Da piccola (avevo 4-5) facevo atletica, salto a ostacoli per la precisione. Avevo cominciato a tirare i primi calci in giardino con Manuel, mio fratello minore. Quella passione non ce l’avevo ancora, seguivo lui nei vari tornei con l’Azzurra. Finché una volta sono andata anche io a provare. Era un torneo lontanissimo, in Valle Grana, e ho subito segnato un gol. Mi ricordo ancora tutto alla perfezione. Da lì è come se fosse scattato qualcosa…
Poi… la Juventus?
Un giorno papà e mamma mi hanno detto: “Guarda, la Juventus sta creando la squadra femminile”. Era il 7 settembre 2015. Faccio il provino e mi comunicano che mi avrebbero preso. Non ce l’aspettavamo assolutamente. Così è cominciato tutto. Il primo torneo fu proprio a Morozzo, in memoria di Federico Roccia: lo abbiamo vinto e ho preso anche il premio di miglior giocatore. Agli inizi ci allenavamo a Borgaro: bisognava andare in macchina proprio fino alle fine della tangenziale. Facevamo 2-3 allenamenti alla settimana, ora 5. Mi sento grata di essere ancora all’interno di questa grande società, che ti “coltiva” davvero e fa crescere sotto ogni aspetto.
Il momento più difficile?
6 settembre 2018, eravamo solo a inizio stagione quando rimedio un infortunio davvero brutto: al crociato e menisco. Ho dovuto aspettare tanto, perché mi hanno operato solo il 15 marzo dell’anno dopo. Ma nel periodo di riabilitazione pre-operatoria al J-Medical ho avuto la fortuna di conoscere Martina Rosucci (centrocampista della Juventus e della nazionale). Abbiamo parlato, mi ha rincuorato e mi ha dato quello stimolo in più. Quindi sono finita in Under 17 come “fuori quota”, poi una piccola parentesi in prestito al Fossano (otto gol in quattro partite), quando mi hanno detto che sarei salita in Primavera.
Martina Magliano il difensore della Juventus Mathijis de Ligt
Avete contatti con la prima squadra maschile?
I primi anni c’era la festa di Natale, in cui eravamo insieme. Ho incontrato tutti i calciatori, da Pjanic a Pogba. Ho anche avuto la possibilità di far da raccattapalle in alcune partite. Cristiano Ronaldo? Nessuna foto insieme, ma gli ho passato la palla qualche volta. Ed ero in campo anche nella festa Scudetto 2019, vicino a Georgina.
Cosa diresti a una ragazza che vuole giocare a calcio?
Di fregarsene, lasciar perdere tutti gli stereotipi che ancora resistono. Sul fatto che sia solo una cosa “da maschi”. In realtà ci sei tu e il tuo sogno, nient’altro. Fortunatamente, dopo i mondiali femminili del 2019, molte cose stanno cambiando.
Come ti immagini il tuo futuro?
Mi piacerebbe tanto proseguire gli studi all’Università e diventare maestra d’Asilo. Adoro giocare con i bambini, come nei tanti pomeriggi passati a Rocca de’ Baldi in Oratorio. Ma soprattutto voglio provare a portare avanti il mio sogno, grazie a chi mi ha supportato da sempre. In primis i miei genitori, a partire da quel lontano torneo in Valle Grana. Se molli anche solo un attimo, poi tutto diventa difficile.
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