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01 Marzo 2026 - 19:51
La digitalizzazione ha portato numerosi cambiamenti nella vita di tutti noi. Anche la fruizione musicale era cambiata e nel corso degli ultimi 10 anni avevamo assistito a qualcosa che era parso come una apparente mutazione di alcuni canoni estetici. Poi, come in ogni rivoluzione che ci si para davanti e che ci dà la sensazione che nulla sarà come prima, è necessario che il mondo torni alla propria quotidianità e che anche quanto è parso, almeno in parte, rivoluzionario, trovi una forma di normalizzazione all’interno di ciò che era il passato prossimo: è avvenuto con Napoleone dopo la rivoluzione francese, con il mantenimento (voluto in primis da Togliatti) della macchina burocratica, prefettizia e giudiziaria statale dell’epoca fascista nella nuova Repubblica Italiana, con l’uso degli algoritmi e di strutture più rigide per veicolare i contenuti a pagamento sulle piattaforme informatiche; e anche il Festival di Sanremo non poteva esserne escluso.
La vittoria di Sal Da Vinci con il brano Per Sempre Sì nella finale del 76° Festival di Sanremo è la notizia di cronaca che sta dietro alla annuale kermesse in cui buona parte del nostro Paese ancora si ferma e le famiglie si riuniscono per mettersi davanti alla televisione. Un tempo era un rettangolo piccolino con tanto di tubo catodico, oggi è una specie di quadro, piatto, abbastanza grande che fa da corollario ad altre migliaia di calamite più piccole a schermo riflesso in cui affondiamo la nostra testa mentre ascoltiamo la TV.
Rispetto ai suoi diretti inseguitori, Sal Da Vinci è riuscito a mettere d’accordo tutti i pubblici che hanno contribuito al voto: nella parte finale della gara infatti i voti della serata conclusiva si andavano a sommare a quelli dei giorni precedenti con un peso del 34% a favore del televoto ed una spartizione invece equa di due ulteriori giurie (un 33% a testa), una composta da giornalisti della Sala Stampa, TV e Web e l’altra dai rappresentanti delle Radio. Il giovane Sayf ha vinto ampiamente al televoto, dando quasi 3 punti percentuali al suo diretto concorrente, mentre nelle radio Ditonellapiaga è stata la più votata. Andando a leggere i voti pre-finalina (dei Top 5) e post finale sembrerebbe che una parte dei voti dispersi su altri artisti da parte della Sala Stampa, TV e Web, nella “Gran Finale” si siano andati ad aggregare molto più attorno a Sal che agli altri artisti rimasti in gara.
I voti espressi dal televoto - fonte ADN KronosRestando nella cronaca, per quanto la vittoria di Sal Da Vinci possa sembrare incredibile, è una delle poche canzoni convincenti che sono state presentate a questo Festival fatto di canzoni talvolta poco chiare ed in altri momenti sembrate davvero brutte: Per Sempre Sì è una canzone tradizionale della canzone neomelodica italiana, senza ne arte nè parte, ma che tiene il suo, e ben eseguita.
In rete però pochi minuti dopo l’assegnazione del prestigioso premio (ma si potrebbe tranquillamente affermare che si sia cominciato anche prima) è cominciata la pletora di commenti su chi avrebbe vinto o su chi non avrebbe dovuto vincere e, successivamente, se quel premio fosse stato giustamente assegnato oppure no. La vittoria di Sal, sicuramente ha creato un curioso caso, ma probabilmente ci dice assai più di quanto vogliamo accettare e vedere.
La sensazione è che oramai, un po’ come le trasmissioni che hanno (ri)portato attenzione sulla musica in TV (x-Factor o the Voice), lo spettacolo della kermesse si sia “mangiata” l’attenzione sulle canzoni e che, con buona pace per Carlo Conti che ribadiva come l’importanza vada sulle canzoni, la realtà dei fatti sembra mostrare un mondo assai diverso.
Per Sempre Sì aiuta molti a far pace, più che con la musica (e la canzone), con il suo carrozzone mass-mediatico: per quanto qualcuno abbia storto il naso con questa classifica sono stati messi un po’ tutti d’accordo; dal televoto ed i giovani che hanno visto in Sayf la propria espressione e la risposta di un nuovo che avanza, Ditonellapiaga il riconoscimento di chi è più attento alla qualità musicale - ed il suo brano era da questo punto di vista e per gli arrangiamenti ineccepibile, aggiudicandosi anche un premio per questa ragione (qui) – Da Vinci ha messo insieme questi due mondi con quello del voto della Sala Stampa, TV e Web che anche in questo caso non si è vista prevaricare, ma al contrario ha potuto ribadire il suo peso nel decretare il vincitore e, soprattutto, l’artista che a metà maggio 2026 rappresenterà l’Italia ai prossimi Eurovision Song Contest.
Per cui si può ritenere appagato anche il grande burattinaio di questa kermesse, la Rai, che avrà la possibilità di esportare il soft power italiano, con l’immagine di un’Italia "da cartolina" ancorata alla propria identità nazionale, tradizionale e tradizionalista, attaccata alla propria cultura (la musica napoletana) ed alle proprie tradizioni (la famiglia che si giura “Per Sempre sì”), con buona pace per lo stesso Sal, probabilmente inconsapevole spettatore dell’accaduto ed oggi nuovo ambasciatore di una autentica Restaurazione.
Anni fa, quando si faceva critica culturale e si parlava di cultura, si usava dire che se l’opera d’arte non è forma di scandalo (da Picasso a Pier Paolo Pasolini) non c’è modo per l’osservatore, o fruitore del prodotto artistico, di elevarsi, di progredire, di attivare quel processo di messa in discussione che conduce ad una società illuminata oltrechè (già di estrazione) illuminista. In questa edizione 2026 invece anche la stampa ha giocato un ruolo di garante della tradizione, di ammortizzatore degli eccessi, di normalizzatore della notizia (del resto “è una bella canzone, senza infamia e senza lode, ma cantata bene da un artista che ha convinto un po’ tutti!” potrebbe essere l’obiezione per chi deve rispondere ad una domanda provocatoria).
Del resto in questo Festival di Sanremo abbiamo assistito a quote rosa (non) rispettate grazie alla presenza de Le Bambole di Pezza in 5 sul palco, ad una bandiera della pace in salsa palestinese (quella di J-Ax, perché risultava tecnicamente impossibile nascondere quella della Mannoia, nella stessa serata) non inquadrata, a canzoni sulla guerra un po’ più generiche per non offendere nessuno, a mamme esibite sul palco a segno dell’amore familiare. Tutto apparecchiato, più o meno consapevolmente, per dirci “non preoccupatevi, per quanti scossoni possano esserci attorno a voi, i nostri valori sono sempre quelli”.

Alla fine, a ben pensarci, questo Festival resta una grande metafora, la metafora perfetta, per un Paese che continua ad arrancare attorno al proprio passato e che, servendoci e parafrasando Pier Paolo Pasolini, non ha ancora saputo trasformarsi in un paese moderno: un popolo che canta in coro, ma che non ha ancora imparato a cantare insieme; in cui ci si riconosce ancora in un Festival di canzoni mediamente (s)gradevoli, ma che non svettano per qualità, e che ama la polemica da bar e le “lacrime di circostanza”.
Ed in questa critica che, chi scrive, fa all’identità culturale che si è deciso di prendere a modello, si sceglie sempre e troppo spesso la mediazione alla visione, il breve termine con le scelte rischiose e di più ampio respiro, la sicurezza del già noto al rischio del nuovo. E la critica può essere fatta su scala globable, così come su scala locale.
La cultura piccolo-borghese, che ha dominato il secondo Novecento, ha rafforzato questa tendenza e la vittoria del mondo digitale che, standardizzando i processi e rendendo ogni messaggio 'memizzabile', ha stabilizzato un modello di ascesa sociale basato sull'individuale (non sull'individuo), sul benessere privato come unico orizzonte, sulla diffidenza verso il collettivo come riflesso automatico.
Quando normalizziamo un pensiero, riduciamo ogni tensione a questioni tecniche, sostituiamo il conflitto delle idee con la gestione delle procedure, perdiamo qualcosa di fondamentale: la capacità di andare in profondità nelle cose. Le polemiche e gli scandali, l'indignazione per una vittoria apparsa immeritata, non sono solo rumore, ma sintomi di nervi scoperti, questioni che meritano attenzione. Quando li sediamo in nome della normalizzazione, sediamo anche la possibilità di comprendere ciò che li ha generati.
C'è un passaggio sottile ma cruciale di questo mio assunto: quando normalizziamo il pensiero, quando sediamo lo scandalo, quando rinunciamo alla profondità, riduciamo lo spazio di libertà che viene messo a disposizione delle persone. Perché la libertà non è solo diritto di espressione, è soprattutto possibilità di confronto, di dissenso, di provocazione. Quando togliamo questa possibilità, quando rendiamo tutto liscio e rassicurante, quando sostituiamo il conflitto con la mediazione, togliamo anche la possibilità di scegliere davvero.

Questa può essere la ragione e la motivazione che spinge semmai a dare un voto insufficiente a questo Festival 2026.
E quasi per paradosso, cercando di appigliarci a tutto quello che questa sterile edizione di Sanremo 2026 ci ha fornito con poche buone canzoni e tante cose futili di cui parlare, ringraziamo Sal che del tutto inconsapevolmente, con la sua storia e la sua vittoria, ci ha salvato, dandoci la possibilità di parlare del Festival in modo un po’ più trasversale del previsto e di scandalizzarci per come troppo spesso la musica venga trattata ad elemento marginale e di intrattenimento, anzichè perno dello sviluppo culturale di questo Paese.
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