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02 Marzo 2026 - 11:44
La copertina del romanzo
È affascinante (e un po' inquietante) come la letteratura d'anticipazione riesca a volte a captare vibrazioni che sembrano scavalcare i secoli: uno di essi è il semidimenticato “La principessa delle rose”. Quando Luigi Motta compose questo romanzo nel 1908, l’Europa viveva la Belle Époque, un periodo di apparente progresso infinito. Eppure, Motta preconizzò un imminente conflitto distruttivo intercettando paure latenti e non ancora così dominanti nell'immaginario collettivo all'epoca della prima stesura, edito su “Il XX secolo” dei Treves. Egli dichiarò, seguendo la moda dell'epoca per lo spiritismo, che la scintilla dell'opera arrivò da una seduta spiritica, quasi fosse un messaggio captato da una frequenza invisibile: il presagio di un secolo futuro (si parla del ventesimo come del passato) di ferro e fuoco.
Luigi Motta, oggi dimenticato, non era un autore qualunque. Fu il più celebre continuatore delle opere di Emilio Salgari, ma con una venatura più tecnologica, ripresa da Verne, e più cupa negli esiti, come scelta personale. In particolare, romanzo immagina un futuro dominato da un conflitto globale totale. La geopolitica di Motta è abbastanza profetica nella sua polarizzazione, più oggi che allora. L'Occidente è guidato da una coalizione europea con centro nevralgico a Londra, simbolo del potere marittimo e tecnologico. Defilati appaiono gli USA, che proprio con la prima guerra mondiale irromperanno come centrali nella risoluzione del conflitto. L'Europa appare potente e tecnocratica ma debole di fronte al blocco sterminato dell'Oriente, che vede in Teheran il suo cuore politico e organizzativo. Motta descrive armi incredibili per il 1908: corazzate volanti, esplosivi a raggio vasto e comunicazioni istantanee, anticipando la guerra tecnologica moderna. Il conflitto inizia con una rivoluzione: lo Scià ha una unica figlia, che sposa il console italiano, e scienziato ingegneristico, Flavio di San Giusto (Motta ama i nomi parlanti). Essi hanno una figlia, la principessa del titolo, e San Giusto diventa reggente protempore, inviso a una estesa “setta segreta” diffusa in tutto oriente spinta dall'anticolonialismo (che per Motta è un male), unendo "confuciani, islamici e induisti". Scoppia la ribellione, i fanatici eliminano lo Scià reggente filo-occidentale, la figlia Velleda viene messa fortunosamente in salvo a Parigi ma sempre minacciata dalla setta per la sua legittimità al trono (una Anastasia Romanov antelitteram) che si frappone ai piani del suo leader dittatoriale, il Dominatore del Mondo. Così, in una escalation di corsa agli armamenti futuribili e poi di reale conflitto, inizia lo scontro campale con cui le due fazioni si annichiliscono a vicenda, ignorando la vera minaccia, un meteorite in rotta di collisione con la terra. Come nel recente “Don't look up”, lo conoscono ma lo ignorano, finché si schianta completando la distruzione, mandando in tilt ogni strumento elettrico da cui dipende la civiltà. Nel finale, pare esservi una rinascita della civiltà dalle macerie, ma un vecchio pazzo fronteggia Velleda e le cita lo Zaratustra nicciano e il nichilismo dell'eterno ritorno: la civiltà risorge dopo un conflitto, ma solo per esser distrutta ancora, e ancora, e ancora...
L'opera, oggi dimenticata, ebbe allora un discreto successo: riedita in Inghilterra nel 1919 (forse a tale scopo l'opera è incentrata a Londra e Parigi), poi da Bemporad nel 1930, nel 1941 venne adattata sull'Avventuroso a fumetti da Collodi Nipote, il nipote appunto del padre di Pinocchio.
Leggere oggi di una Teheran contrapposta alle potenze occidentali provoca un brivido di riconoscimento. Certo, Motta intercetta una diffusa paura del “pericolo dell'Oriente”, ma con posizione originale e, nel prevalere dell'intento del divertimento, quasi illuminista: il personaggio più perfetto è l'affascinante protagonista Velleda, bellissima (anche interiormente) proprio perché nata da una fusione di etnie che le dona equilibrio in tempi di caos guerresco.
Forse la "seduta spiritica" di Motta non ha intercettato uno spirito, ma l'inconscio collettivo junghiano di un'epoca che, pur parlando di pace, stava già costruendo delle trincee.
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