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Se ne va Bossi, il “Senatùr” che ha trasformato la politica in cultura pop

Umberto Bossi fu tra i primi a trasformare la politica in spettacolo: estetica provocatoria, mitologia padana e il ruolo nella satira e nella cultura pop

Se ne va Bossi, il “Senatùr” che ha trasformato la politica in cultura pop

Con la scomparsa di Umberto Bossi a 84 anni, l’Italia non perde solo il fondatore della Lega Nord, ma l’uomo che forse per primo ha inventato la politica come spettacolo, provocazione e folklore. Prima di lui, il Palazzo era il regno della "grisaglia" ministeriale: il grigio fumo di Londra dei completi democristiani e il politichese a volte colto, a volte sgangherato, ma sempre criptico e mellifluo. Poi è arrivato lui, il Senatùr, con la voce roca e la canotta bianca, trasformando il dibattito pubblico in una puntata infinita di Blob.

L’estetica di Bossi è stata la sua prima grande vittoria politica. In un'epoca di etichetta rigorosa, Bossi si è presentato come il "barbaro" che entra nel tempio. Mentre i politici di allora pesavano ogni parola, lui esibiva la canotta sotto la camicia sbottonata, simbolo dell’uomo che "lavora e suda", contrapposto ai "fannulloni di Roma". Ogni suo gesto era studiato per conquistare la prima pagina: sotto la simulazione di ignoranza, l’astuzia di un irregolare che, come aveva colto Bocca fin dagli esordi, era molto più intelligente di quanto voleva far credere.

Bossi non ha solo fondato un partito, ha creato un’intera mitologia. Ha preso simboli oscuri ed esoterici e li ha reinventati come icone pop: prima, l’immaginario medievale polveroso di Alberto da Giussano, Pontida, il Carroccio, perfino Legnano “scippata” all’inno nazionale e alla retorica unitaria risorgimentale. Poi, a fine anni ‘90, un altro salto indietro all’immaginario celtico, col Sole delle Alpi (iscritto anche nel monumento del bue grasso di Carrù…), l’ampolla delle sacre acque del Dio Po raccolta alle pendici del Monviso, nel nostro saluzzese (su cui ironizzò Nanni Moretti in “Aprile” ma anche, nel suo primo film, Checco Zalone - sostanzialmente la nemesi dell’immaginario leghista).

Di Bossi è vero quello che si disse poi di Berlusconi, ovvero di aver fatto la fortuna del mondo della satira. "Linus", "Tango", "Cuore", "Satyricon", e in televisione "la tv delle Ragazze", "Tunnel", Corrado Guzzanti, "Blob"… ma anche il mondo del fumetto: Max Bunker lo inserisce (favorevolmente) nel suo "Alan Ford" come Umberto da Giussano, Tiziano Sclavi fece infuriare Bonelli inserendolo come antagonista minore in un Dylan Dog. E poi i fumetti come “Capitan Padania” e analoghi, creati in fretta e furia per seguire l’onda lunga del successo imprevisto leghista.

Del resto, prima della politica, Umberto Bossi tentò la carriera nel mondo della musica. Sotto lo pseudonimo di Donato, partecipò nel 1961 al Festival di Castrocaro cantando pezzi blues e rock 'n' roll. Forse è proprio lì, tra un microfono e un palco di provincia, che ha imparato che la politica, in fondo, è una questione di ritmo e di saper tenere la scena.

 

 

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