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“Fiesta” compie 100 anni: il romanzo che ha raccontato una generazione perduta

A cento anni da Fiesta: Hemingway, la "generazione perduta" e il romanzo che ha fatto del trauma uno stile tra festa, corride e ricerca di autenticità

Cento anni di Fiesta, manifesto di ogni Lost Generation

Per chi è nato negli anni '80 “Fiesta” è una merendina della Ferrero d'Alba e una macchina della Ford. Ma prima ancora, “Fiesta” è stato uno dei primi grandi romanzi di Ernest Hemingway (che, è sempre bene ricordare, negli anni '50 trovò anche il modo di passare in Piazza Galimberti per i cuneesi al rhum di Arione). Un romanzo del 1926, per la precisione: cento esatti anni fa. Hemingway allora era solo un giovane giornalista americano con la passione per la boxe e le corride, un mondo che avrebbe riversato in questo fortunato romanzo. Fiesta (The Sun Also Rises) è lo specchio di una generazione: l'opera che diffuse il modo di dire “Lost generation” per la generazione che aveva vissuto la Grande Guerra, ricavandone una forte disillusione esistenziale, ma anche una prima grande esperienza condivisa per moltissimi europei e statunitensi. Nasceva, di fatto, il concetto sociologico di “generazione”, con la prima – terribile – grande esperienza globale.

Secondo la leggenda ciò deriva da una lamentela di un meccanico parigino a Gertrude Stein: egli avrebbe detto che i giovani reduci dalla Grande Guerra erano una "génération perdue". La Stein lo riferì a Hemingway, e lui ne fece l'epigrafe del suo esordio folgorante. Ma chi erano i "perduti", la “generazione delle trincee”?

In Fiesta, il protagonista Jake Barnes soffre di una ferita di guerra che lo rende impotente, metafora perfetta di una generazione a cui è stata sottratta la capacità di generare un futuro. Così, non gli resta che il presente: uno svago che copre la disperazione. Le bevute a Montparnasse, le battute di pesca nei Pirenei, il fragore della feria di Pamplona. Un’evasione perpetua che però maschera un trauma profondo: se ne vede solo la punta — il bicchiere alcoolico alzato in un perenne brindisi — mentre l'abisso resta sommerso, ma intuibile al lettore attento. Il tutto, in una prosa priva di retorica, asciutta, essenziale, il marchio di fabbrica di Hemingway che si impose come un nuovo, influente stile di scrittura.

Ma non si tratta solo del ritratto di una generazione – e basterebbe per farne un capolavoro. In qualche modo, “Fiesta” crea il modello del sentire delle generazioni moderne. Che siano i totalitarismi, la seconda guerra mondiale, gli anni di piombo, la crisi globale, ogni generazione successiva trova un suo diverso abisso esistenziale da cui evadere.
Come Jake e Lady Brett Ashley, cerchiamo l'autenticità in riti moderni (i festival techno, il turismo esperienziale, l'estetica del viaggio perenne), ma finiamo per consumare solo simulacri. La differenza, forse, è che oggi ci manca un "cantore" capace di distillare questo smarrimento in uno stile, in un grande romanzo generazionale (l'ultimo è forse “Generation X” di Coupland). Troppi fiumi di parole, milioni di storie su Instagram e tonnellate di auto-fiction non permettono più di distillare la sensazione di originale autenticità che Hemingway fissava nel momento dell'uccisione del toro. Però “Il sole sorge ancora”, scriveva l'Ecclesiaste e ribadiva Ernest: c'è una via di fuga dallo scacco esistenziale. O almeno ci piace crederlo.

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