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Stranger Things: e se il finale fosse un’illusione? Il mistero dell'"episodio fantasma"

La serie tv più celebre dell'ultimo decennio si è conclusa. Ma ci sono speculazioni su possibili finali alternativi...

Stranger Things: cosa ci attende nel Conformity Gate?

La fine di Stranger Things chiude a suo modo un'era, e ha ottenuto quindi una grande attenzione da parte del pubblico dei fan, portando anche allo sviluppo della tesi del “Conformity Gate”, un ipotetico nono episodio dell'ultima stagione in grado di ribaltare ulteriormente il finale, svelando secondo le tesi rimbalzate online che l'happy ending è solo una illusione generata da Vecna, l'antagonista della serie, dai poteri sovrannaturali.

Netflix ha smentito – per ora – la teoria, che però, come tutte le leggende urbane (fino a prova contraria) continua a prosperare. In ogni caso, sono previsti spin-off, live action e animati, ed è già disponibile un documentario che ripercorre la storia della serie, svelandone i retroscena.

Se quindi “l'episodio segreto” resterà probabilmente un mito, il successo di Stranger Things è reale, e innegabile anche per chi, magari, è rimasto meno soddisfatto dalla chiusura della serie.

Diciamo subito ciò che convince meno: la stagione è efficace, ricca di effetti speciali, ma forse inevitabilmente sviluppata su binari abbastanza prestabiliti e attendibili. Inoltre, gli attori sono ormai giovani adulti, meno credibili nella parte di tardoadolescenti che dovrebbero interpretare (nella serie sono passati 5 anni, nel nostro mondo reale 10, in un'età dove incide moltissimo). Soprattutto nell'ultima parte, i conflitti tra personaggi e la loro litigiosità appare un po' gratuita, conflitti necessari perché ci sia tensione narrativa ma senza un adeguato set-up/pay off. Inoltre, come inevitabile, lo scontro finale con una creatura quasi divina da un lato, e con l'esercito USA e le sue truppe d'élite dall'altro, mettono a dura prova la sospensione d'incredulità (i protagonisti uccidono, senza particolare scrupolo di coscienza, un numero elevatissimo di soldati d'élite, benché questi siano sicuramente meglio addestrati e poco colpevoli della situazione in cui si trovano ad operare, ignari dei biechi scopi del loro superiore, la dottoressa Kay). In aggiunta, dopo lo scontro finale con l'esercito, tutto appare passare in cavalleria, e si salta subito a 18 mesi dopo, con la chiusura delle storie personali dei protagonisti.

Tuttavia, se si opera un significativo sforzo di sospensione dell'incredulità, lo spettacolo fornito ha la giusta grandiosità, e fornisce soddisfazione all'appassionato della serie, chiudendo bene il cerchio di una storia lunga e complessa. Certo, i fan più appassionati e nerd stanno facendo le pulci alla ricerca dei famigerati “buchi di trama”, magari con un rewatch di tutta la serie dall'inizio. Ma, nel complesso, direi che si è evitato quell'effetto “Lost” (2004-2010), serie che, molto di più, ha visto il suo pubblico affezionato storcere il naso di fronte a un finale che apparso aggiunto in modo posticcio, dopo il successo della serie e il suo prolungamento.

I fratelli Duffer invece, seguendo fedelmente lo schema di Stephen King (evocato fin dalle grafiche del titolo) hanno costruito una vicenda intricata ma, tutto sommato, lineare una volta portata alla conclusione, con un IT fantascientifico invece che sovrannaturale (torna perfino il tema del ragno gigante nel finale), e un cast di ragazzini ancora più vasto (con tre “leve” coinvolte nello scontro, e aiutate anche dai migliori della generazione adulta).

Stranger Things, insomma, sembra destinata a restare nell'immaginario. In fondo, è stata da un lato, dieci anni fa, nel 2016, la prima serie Netflix fortemente identificata col nuovo modello di serialità, basata cioè su episodi che possono assumere la lunghezza voluta dagli autori (e solitamente più lunghi, anche molto, di quelli incastrati nel vecchio formato rigido della TV generalista). Ci furono altre serie “originali Netflix”, a partire da House of Cards (2013), ma questa è quella iconica dopo il lancio del sistema online (2014) e l'iconico logo associato a questa fase, la N rossa che tutti conosciamo (2015).

Gli ingredienti sono quelli su cui tutti si sono soffermati: oltre al modello kinghiano – ragazzini contro l'orrore cosmico – e l'effetto nostalgia per gli anni '80, l'abile mescolanza di elementi orrorifici, urban fantasy, fantascientifici, complottisti (in molti passaggi la storia si intreccia con quella del, reale ma ultraromanzato, progetto MK-Ultra e Monarch, volto a creare degli individui controllati da servizi segreti USA più o meno deviati, e qui anche dotati di poteri extrasensoriali). Ma ai fratelli Duffer va il merito di aver saputo mescolare il tutto in un cocktail apprezzato anche dalle nuovissime generazioni, creando così, forse, l'ultima grande “serie TV condivisa”, comune all'immaginario di tutti o quasi come i grandi sistemi del passato anche recente.

Il modello Netflix, per ora ancora dominante, ha infatti frammentato enormemente l'offerta, e non si vede all'orizzonte un nuovo prodotto televisivo o filmico in grado di un simile impatto.

Una novità di questo Stranger Things e del Conformity Gate è anche quella di essere la prima serie ad avere numerosi omaggi creati come video AI (e spesso spacciati come spezzoni del nono episodio, sovente con l'incontro di Mike e Eleven). Forse dall'AI potrà venire la prossima svolta – anche discutibile – della serialità televisiva, dopo aver costituito l'ultima generazione di memes, gli italianissimi Brainrot diffusi in tutto il mondo. Ma questo, solo il tempo potrà dirlo.

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