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L'insostenibile leggerezza di Pippo Franco

Come un’icona popolare è diventata una maschera inquietante. Un viaggio tra televisione popolare, cultura di internet e immaginario collettivo, per capire come il web riscrive le icone del passato.

L'insostenibile leggerezza di Pippo Franco

Un sabato sera qualunque: la televisione come memoria condivisa

È un sabato sera qualunque, in un momento imprecisato della seconda metà degli anni Novanta. La famiglia è riunita intorno al tavolo, nella casa dei nonni, intorno al calore della vecchia stufa.

Sullo sfondo, il televisore acceso, su un canale quasi casuale. Sullo schermo, Pippo Franco si destreggia tra frizzi, lazzi, comici e ballerine. Il classico sabato sera del Bagaglino, tra avanspettacolo e varietà popolare, tra balletti e satira leggerissima.

Questa è un’immagine di infanzia, un fotogramma di tempo perduto che si sedimenta nella memoria e che contribuisce, oltre a fissare un’atmosfera, anche a consolidare nel tempo l’immagine di un personaggio televisivo, facendo sì che anche la sua immagine e il suo lavoro diventino parte di un patrimonio condiviso, di un immaginario collettivo.

Dopo il postmoderno: la nostalgia come linguaggio

Oggi che forse abbiamo superato persino l’era del post-moderno, siamo in un’epoca dove i contenuti multimediali sono diventati un linguaggio universale e in cui per intercettare un segmento di pubblico, sempre più spesso, si cerca di attingere ai suoi immaginari di riferimento. L'espediente è ricostruire una sorta di comfort zone fatta ogni volta delle immagini, dei suoni dei personaggi che hanno accompagnato determinati anni, in questo brodo citazionistico, inevitabilmente, internet e il suo sterminato archivio diventano un grande magazzino di storie, maschere e idee da cui i creator contemporanei possono pescare liberamente e miscelare tutto in un grande presente contemporaneo, dove Maurizio Costanzo convive con Lelio Luttazzi, dove Craxi dialoga con Michael Jackson e soprattutto dove il gioco è spesso scardinare ruoli e riferimenti.

Dal clown all’orrore: la distorsione come gioco culturale

Il gioco non è nuovo: l’archetipo è il clown, simbolo di comicità e spensieratezza, che diventa, nelle mani di Stephen King, un’icona horror (e tuttora gli autori non aspettano altro che nuovi personaggi varchino le colonne d’ercole del pubblico dominio per poterli immergere in mondi nuovi, che con loro non hanno nulla a che fare). Ecco quindi che nelle varie parodie di internet, nelle pagine di meme, i personaggi televisivi anni Ottanta diventano dei pupazzi da piegare e distorcere a piacimento, inventando “Lore”, come si dice in gergo, ovvero nuovi background e storie all’interno di universi narrativi nuovi, inediti e completamente surreali.

Ecco quindi, che in questo contesto, nasce un perfidissimo Ezio Greggio, icona del male, evidentemente del tutto slegato dal personaggio reale, che peraltro prosegue la sua consueta attività. Una distorsione talmente forte e gratuita da non risultare nemmeno diffamatoria, tanto è evidente il gioco parodistico, per quanto feroce. Eppure il cortocircuito di un innocuo presentatore di Striscia la Notizia e attore comico in decine di simpatiche parodie che diviene un’incarnazione demonica non può che, anche a livello inconscio, colpire l’utente che ha sedimentato nella sua memoria l’immagine “classica” di Greggio.

Così l’immagine di Gerry Scotti che piomba sul bancone di Striscia la notizia, distruggendolo, davanti a un attonito Gene Gnocchi viene replicata in decine, centinaia, migliaia di varianti, assumendo ogni volta un significato diverso e diventando una tessera nell'infinito mosaico del meme, la grande koinè multimediale del nostro tempo

E ancora, un innocuo segmento di televisione, di pochi minuti, letteralmente 180 secondi tagliati casualmente dalle migliaia di ore di diretta del Processo del lunedì di Biscardi diventano un testo universale, da applicare a centinaia di situazioni diverse, una chiave di lettura con cui rileggere costantemente il mondo. Eppure di per sé sono uno scambio surreale tra il regista Pasquale Squitieri, i giornalisti Maurizio Mosca e Aldo Biscardi, il critico Vittorio Sgarbi, in cui i protagonisti sono riusciti a mescolare l'alto e il basso in modo talmente vertiginoso da innescare la scintilla del comico e della curiosità nello spettatore e prima ancora nella Gialappa's Band. Ad ogni rewatch un nuovo dettaglio assurdo viene sottolineato, un nuovo collegamento più o meno velato rintracciato in quello che, con ogni probabilità, era solo una delle tante improvvisazioni semi casuali in un segmento di trasmissione che doveva combattere la monotonia del racconto giornalistico sul calcio.

Perché Pippo Franco è un caso diverso

In questo contesto, ricollegandomi a quanto rievocato in apertura, considero particolarmente significativo il caso di Pippo Franco. Un artista che ha costruito una fortunatissima carriera, con qualche incursione nel cinema di alto profilo (tra le altre cose lavorò con Luciano Salce, con Luigi Magni, comparve nel celebre Rugantino di Pasquale Festa Campanile e recitò per Billy Wilder, al fianco di Jack Lemmon) per lo più muovendosi nell’alveo di una comicità più o meno leggera, estremamente popolare, di volta in volta rivolto alle famiglie o ad un pubblico di adulti (penso a certe commedie anni ottanta). In questa nuova era post-post moderna è diventato, come molti altri suoi contemporanei della sua epoca, una maschera memetica che tuttavia ha scoperto in sé un’involontaria e tuttavia dirompente forza surreale.

Probabilmente in molti casi è derivato dalla scarsità di mezzi e dalla necessità di lavorare in economia con cui all’epoca sono stati realizzati alcuni programmi e determinate produzioni. Penso ad esempio al “Ciao Marziano” di Pier Francesco Pingitore, film che saluta l’alba degli anni Ottanta e che traspone il fortunato “Marziano a Roma” di Ennio Flaiano. Credibilissimo nei panni del marziano, con la sua figura allampanata e lunare, Pippo Franco viene caratterizzato con una colorazione verde, probabilmente realizzata con una tecnica chromakey. Un qualcosa che all’epoca doveva risultare tutto sommato credibile, ma che oggi vena quell’immagine di una particolare inquietudine, una sensazione simile a quella che si ha nel vedere le immagini dei “Liminal Spaces” che spopolano su Instagram o l’effetto "Uncanny Valley" degli androidi. Un senso di straniamento, un apparente normalità in cui qualcosa risulta fuori posto. Forse uno dei primi a sfruttare artisticamente questo effetto fu il pittore Antonio Donghi (1897-1963), uno dei più significativi esponenti del cosiddetto “Realismo magico”. I suoi ritratti di vita quotidiana sono assolutamente innocui, del tutto privi dell’esplicito surrealismo, ad esempio, di un Renè Magritte o di un Salvador Dalì. Eppure nel guardarli, lo spettatore è colto da una sottile inquietudine, dalla sensazione che in quella scena ci sia qualcosa di fuori posto, di fuori dall’ordinario. Il fatto di non riuscire a cogliere razionalmente la radice di quella sensazione è il cortocircuito che mette in allarme i sensi dello spettatore e genera quell’inquietudine.

La comicità lunare di Pippo Franco

Pippo Franco, forse anche per il suo particolare aspetto fisico e il suo volto da caratterista, ha giocato spesso su una comicità lunare. Non è un caso che tra le immagini che ancora oggi circolano più frequentemente su internet non siano le conduzioni al Bagaglino più recenti, negli anni in cui ha dominato il sabato sera Mediaset, ma ci sono le presenze al festival di Sanremo, dove impersonava un diversivo comico, con canzoni al limite del nonsense, da “Che fico” a “Chì chì chì cò cò cò”. Brani completamente dimenticati prima dell’epoca dell’internet e che, riscoperte, hanno avuto l’effetto dirompente dell’adolescente che rinviene un oggetto dimenticato in soffitta che svela un nuovo lato dei suoi genitori.

Forse anche la presenza di tante chicche completamente dimenticate di questo artista lo hanno reso appetibile per la scena indie, creandogli una sorta di patina cult che molti hanno tentato di sfruttare anche in chiave memetica. Così si spiega, oltre che con una certa somiglianza fisica, la riuscitissima rielaborazione che aveva cominciato a circolare recentemente su internet dove in un vecchio video musicale, i volti dei quattro automi Kraftwerk venivano sostituiti con il volto di Pippo Franco. L’effetto era talmente credibile che, una persona ignara di tutto, non avrebbe potuto accorgersi della sostituzione, sancendo quindi il pieno successo della parodia.

Il lato surreale e misterioso di Pippo Franco

Il lato oscuro di Franco sembra quindi essere molto diverso dalle parodie “dark” inventate dai memers per altri personaggi: più che un’esplicita distorsione maligna siamo qui di fronte a un lato misterioso ed esoterico dell’artista, percepito dall’utente e amplificato dalla parodia internet. In modo paragonabile, per certi versi, a quanto già accaduto con i Beatles, che avevano sorpreso con copertine e scelte grafiche surreali ed avevano in qualche modo anche cavalcato la surreale leggenda della morte di Paul Mc Cartney sostituito da un sosia. E, incredibilmente, su Internet è in anni più recenti nata una leggenda analoga proprio incentrata su Pippo Franco.

Come spesso accade sulla rete, e tanto più se si parla di meme e leggende metropolitane, è difficile rintracciare l’origine di questa bufala. Il tutto pare sia nato da un misterioso aggiornamento di Wikipedia del 2006, oggi eliminato, che dava conto di questa storia, secondo cui nei primi anni Ottanta in realtà Pippo Franco sia rimasto ucciso in Puglia, da un agricoltore che lo aveva scambiato per un ladro di mandorle. Sarebbe successivamente stato sostituito da un sosia, vincitore di un concorso. Una storia che si riportava documentata da una serie di foto di una rivista, che poi non sono state pubblicate e che sarebbe anche stata citata in televisione in uno scambio di battute dello stesso Franco con Teo Mammuccari.

Il tutto è tornato in auge nel 2021, con l’uscita della biografia di Pippo Franco intitolata “La morte non esiste”. Anche qui i parallelismi con il caso di Paul Mc Cartney sono evidenti: non solo la leggenda oscura, ma anche l’opera dello stesso artista che, volontariamente o involontariamente, sembra alludervi.

La reazione dell’artista: stupore più che rabbia

Il caso è stato commentato proprio recentemente dallo stesso Pippo Franco, intervistato da Caterina Balivo a "La Volta Buona", derubricando la cosa a una semplice cretinata, senza arrabbiarsi troppo. La sua pare una reazione più sconcertata che irritata, di fronte a una teoria così surreale.

Tre Pippo Franco: uomo, artista, meme

Difficile dire se un artista che oggi ha 85 anni abbia (o voglia avere) un’opinione sulle wave della rete moderna. Certamente però è un segno di questi tempi l’identità di un secondo Pippo Franco, del tutto memetica, che vive una vita completamente slegata rispetto all’immagine costruita dall’artista in più di cinquant’anni di carriera. Spulciando la rete si trova una vecchia intervista a Franco, un colloquio con Giancarlo Perna del Giornale. Ne emerge il ritratto di un uomo colto, tendenzialmente conservatore, un esteta dalla forte spiritualità. Il Pippo Franco uomo, si direbbe, ancora diverso dal Franco artista e dal Franco meme.

Tre nessuno e centomila, e chissà cosa avrebbe scritto Luigi Pirandello, se avesse potuto saltare il guado di un secolo e vivere la nostra contemporaneità, in cui l'immagine di un artista può generare una seconda versione di sé stesso, completamente slegata e indipendente da quella originale. Una maschera memetica, ad uso e consumo di internet, con le proprie caratteristiche, usucapita dai creators in quanto pezzo ineludibile dell'immaginario popolare collettivo. 

 

 

 

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