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Una strana macchina volante nel 1905: l'idea dell’antenato di Luca Cordero di Montezemolo

Un pioniere del volo era monregalese. Nei primissimi anni dell'aviazione, Vittorio Cordero di Montezemolo inventò un'aeronave che combinava l'aerostatica con il volo ad ala

Una strana macchina volante nel 1905: l'idea dell’antenato di Luca Cordero di Montezemolo

Immagini rielaborate con Ai, da immagini d'epoca originali, visibili nel corpo del pezzo

Mondovì con il volo ha sempre avuto un rapporto particolare: oggi le grandi protagoniste nei cieli monregalesi sono le mongolfiere, ma anche in passato sono diversi i concittadini che, a vario titolo, hanno detto la loro nella storia del volo. Una delle storie più curiose è sicuramente quella dell'Aerostave di Vittorio Cordero di Montezemolo. Tra i pionieri del volo in città, Vittorio insieme ad Achille Bertelli, appassionato di aviazione, progettò un incrocio tra un aerostato e un libratore motorizzato, ovvero uno dei primi prototipi di aerei. Fu costruito a Parigi e provato in Italia da specialisti del genio. Si librò per la prima volta nei cieli di Roma il 7 giugno 1905, decollando da piazza d’Armi. Ne ha ricordato la figura il professor Ernesto Billò nel libro “Cento e più anni a Mondovì” ripercorrendo anche la storia della particolare aeromobile.

«Vittorio era il terzogenito di una numerosa famiglia nobile nacque nel 1862, scomparve nel 1950. Dal Ginnasio di Mondovì passò all’Accademia Militare di Torino, poi – a 19 anni – alla Scuola di Applicazione di Artiglieria, col grado di sottotenente. Spirito avventuroso e curioso del nuovo, nel 1895 partecipò come tenente alla spedizione in Eritrea e si fece notare percorrendo in lungo e in largo il porto di Massaua su di un esile sandolino smontabile che tutti si aspettavano di veder affondare e che non si capovolse mai. Entrato alla scuola di guerra “dove si educavano alla prepotenza i futuri ufficiali di Stato Maggiore”, ne uscì per esser destinato al 23° Reparto di Artiglieria da Campagna. Fu allora che, per recuperare i “tre anni di chiacchiere” persi alla scuola di guerra, cercò di volare più alto, e si occupò di aviazione. Nel 1903 pubblicò sulla Rivista d’Artiglieria e Genio uno studio sulla navigazione aerea in cui pronosticava l’avvento di mezzi più pesanti dell’aria invece di quelli più leggeri, sostenuti allora da più. Quelle pagine furono poco guardate con sufficienza dai “dirigibilisti”, ma lette con attenzione da un farmacista di Brescia, Achille Bertelli, appassionato d’aviazione e in procinto di diventare famoso per il suo “Cerotto”. Bertelli coinvolse Montezemolo in un suo complesso progetto. di “aerostave”, strano incrocio fra un aerostato e un libratore motorizzato. Montezemolo lo costruì a Parigi e lo fece provare in Italia dagli specialisti del Genio. Poiché il motore “Antoinette” da 12 cavalli si rivelò inadeguato, il costruttore lo sostituì con cavalli veri che, a terra, al piccolo trotto, dovevano trainare un avantreno d’artiglieria cui era attaccata una lunga fune con l’aerostave, corredata a sua volta d’una navicella di bambù provvista di ruote e timone. Su questa navicella salì l’impavido Montezemolo. Fu così che, sulla Piazza d’Armi di Roma, per la prima volta volò un mezzo più pesante dell’aria. Era il 1905. L’impresa convinse le alte sfere che, dopo le conferme venute dai voli dei Wright e del Delagrange, affidarono a Montezemolo l’incarico di costituire e comandare il Battaglione Aviatori, primo nucleo dell’Aeronautica Militare.

Benché contrastato da invidie e ostilità di colleghi fautori del dirigibile, Montezemolo reclutò aviatori volontari e presentò già alle grandi manovre del 1911 una squadriglia completa di hangar portatili in tela; poi mandò cinque piloti alla gara internazionale Bologna – Rimini – Venezia – Bologna. Si piazzarono ai primi posti. Per la guerra di Libia allestì la squadriglia che in Tripolitania scrisse le prime pagine nella storia della guerra aerea. Dopo il 1912, Montezemolo proseguì la carriera in Artiglieria. Promosso generale nel 1917, proprio in quell’anno insistette perché ancora durante la guerra lo Stato impostasse una politica di sviluppo dell’aviazione civile; ma fu poco ascoltato. Fino agli ultimi suoi anni si interessò ai problemi del volo umano, specie di quello con “ortotteri”, veloci ad ala battente di utopistica realizzazione, su cui presentò una memoria ancora nel 1950 al congresso di Milano sul volo verticale. Una passione per i motori, per la velocità, per l’imprenditorialità che dovette passare al pronipote Luca: quello che cerca di dare le ali al cavallino della rossa Ferrari».

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