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25 Gennaio 2026 - 15:11
David Foster Wallace nel 2006
C’è qualcosa di ironicamente appropriato nel fatto che Infinite Jest compia trent’anni senza avere mai davvero un’età. Pubblicato nel 1996, ambientato in un futuro prossimo ma deliberatamente impreciso, il romanzo di David Foster Wallace sembra aver scelto fin dall’inizio una temporalità scivolosa, allergica alle date e tuttavia ossessionata dal tempo. Non tanto dal tempo storico, quanto dal tempo percepito: quello che accelera, si frammenta, si riempie fino a collassare su se stesso. È forse per questo che oggi, nel celebrarne l’anniversario, si ha l’impressione non di guardare indietro, ma di guardarsi intorno.
Anche la storia editoriale del libro contiene una piccola allegoria. L’edizione americana uscì con una copertina che mostrava il titolo sospeso nel cielo, avvolto dalle nuvole: un’immagine vaga, quasi metafisica, che suggeriva leggerezza e dissoluzione. Wallace, però, avrebbe preferito mettere in copertina una fotografia di Fritz Lang sul set di Metropolis, intento a dirigere la sua troupe. Non a caso quella foto compare nelle pagine finali del romanzo, come un dettaglio apparentemente marginale che invece agisce da chiave di lettura retroattiva. Metropolis, nel 1926 (e ambientato nel 2026) èun film che, guardando al futuro, parlava ossessivamente del suo presente. Ogni visione del domani è sempre, inevitabilmente, un autoritratto.
Le vicende di Infinite Jest sono però collocate, secondo vari indizi interni, intorno al 2008. Un dettaglio che colpisce per ragioni biografiche evidenti, coincidendo con l'anno di morte del suo autore, ma che non è essenziale: il suo è un postmodernismo che diffida dell’anticipazione come genere, presentando un futuro in fondo banale, senza grandiosità positivistiche o davvero apocalittiche.
Il caso più evidente è quello del film perduto Infinite Jest, l’opera cinematografica così perfetta da rendere chiunque la guardi incapace di fare altro che continuare a guardarla, fino a morire, diventando strumento anche di terrorismo culturale. Letto oggi, è difficile non vederci una metafora fin troppo trasparente della ricerca di intrattenimento infinito che struttura la nostra quotidianità: lo scrolling senza fine, l’algoritmo che promette sempre il prossimo contenuto “definitivo”, la micro-dose di piacere che non sazia mai. Naturalmente, quella di Wallace è qui una metafora, che coglie una tendenza sociale già potente negli anni '90: il desiderio di un’esperienza anestetizzante, che non richieda impegno o scelta. Il fatto che quella disposizione abbia poi trovato un’infrastruttura tecnologica perfetta è quasi secondario ai suoi fini.
Inquietante anche la geopolitica grottesca del romanzo, in cui gli Stati Uniti hanno annesso Canada e Messico dando vita a una macro-nazione amministrata secondo logiche disumane. Una caricatura, allora, che oggi sembra particolarmente inquietante, con un rinnovato espansionismo trumpiano.
Gli anni, nel mondo di Infinite Jest, non sono più numerati ma sponsorizzati da multinazionali: Anno del Pannolone Assorbente Depend, Anno della Lavatrice Whisper-Quiet Maytag. Oggi non viviamo ancora ufficialmente nell’Anno di Apple o di Google, ma l’influenza dei Big Five dell’informatica sulle vite individuali, sulle economie e persino sulle decisioni politiche rende quella satira meno assurda di quanto potesse sembrare nel 1996. Musk acquista e rinomina Twitter, Donald Trump vince le elezioni. Mark Zuckerberg decide cosa è legittimo e cosa no nel dibattito sulla riforma costituzionale italiana. Due elementi che avrebbero potuto essere presenti nella satira di DFW, e sono invece assolutamente reali.
C’è poi la questione ecologica: territori resi inabitabili, rifiuti catapultati oltre confine, soluzioni tecniche che aggravano il problema che dovrebbero risolvere. È una profezia “facile”, si potrebbe dire. Oggi l’emergenza climatica compete costantemente con altre urgenze – guerre, crisi economiche, instabilità politiche – e rischia di essere percepita come uno sfondo permanente, un rumore di fondo. Quello che Wallace sembra intuire è questo meccanismo di rimozione: non tanto la catastrofe in sé, quanto la nostra capacità di conviverci senza cambiare davvero nulla.
Infine, la droga. Infinite Jest è attraversato da sostanze di ogni tipo, legali e illegali, chimiche e comportamentali. La dipendenza non è un tema tra gli altri: è la grammatica stessa del mondo narrato. L’intrattenimento funziona come una droga, e le droghe sono forme di intrattenimento radicale. Anche qui, il parallelo con la diffusione parossistica del fentanyl negli Stati Uniti è quasi inevitabile, ma rischia di essere riduttivo. Wallace sta parlando di una cultura che fatica a tollerare qualsiasi forma di dolore, noia, vuoto, e che quindi moltiplica i mezzi per evitarli, salvo poi scoprire che l’evitamento diventa esso stesso una fonte di sofferenza.
Forse, a trent’anni dalla pubblicazione, la domanda giusta non è se Infinite Jest avesse “ragione”, ma perché continuiamo a riconoscerci così facilmente nelle sue esagerazioni. Wallace non scrive per anticipare il futuro, ma per rendere il presente leggermente più estraneo, abbastanza da poterlo finalmente osservare. In questo senso, il suo romanzo funziona come la foto di Fritz Lang sul set di Metropolis: ci ricorda che dietro ogni grande macchina di intrattenimento, progresso o salvezza, c’è sempre qualcuno che sta dirigendo, qualcuno che lavora, e qualcuno che paga il prezzo. E che ignorare questo fatto non è mai stato, e non sarà mai, un intrattenimento innocuo.
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