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28 Gennaio 2026 - 10:12
C'è un tipo di luce che non serve a illuminare le cose, ma a renderle misteriose, costringendoci a guardare meglio. Per cinquant'anni, quella luce ha inquadrato un uomo caduto dallo spazio che tentava di tornare da dove era venuto.
Sono passati solo 10 anni – da quel gennaio 2016 - da quando David Bowie ci ha lasciato, eppure sembrano ere geologiche: nonostante le sue canzoni echeggino ovunque, sembra impossibile che siano trascorsi già 10 anni dall'uscita di quel testamento artistico che fu Blackstar.
E la musica, come la viviamo oggi, sembra completamente diversa rispetto all'epoca del duca bianco, nonostante siano trascorsi solo 10 anni.
In questo decennio la musica non è semplicemente cambiata, è evaporata e si è ricondensata in uno stato gassoso che David aveva profetizzato con inquietante precisione: "La musica diventerà come l'acqua corrente o l'elettricità", disse nel 2002.
Forse nemmeno Robert Jones aveva previsto che la corrente sarebbe diventata così forte da travolgere il concetto stesso di futuro. Se ci guardiamo intorno oggi non troviamo l'eredità di Bowie dove i pigri si ostinano a cercarla: non è nel trucco glitterato di qualche rockstar nostalgica, né tanto meno nel revival anni '70 che di tanto in tanto si cerca di rispolverare. Bowie ha sdoganato l'idea che l'artista sia un progetto, un'opera d'arte totale; oggi, artisti come Tyler, The Creator o i pionieri dell'iper-pop hanno portato questa visione alle sue estreme conseguenze.-1769591363200.jpg)
Tuttavia c'è una differenza sostanziale: Bowie abitava il tempo per dominarlo, cambiava pelle per raccontare una storia complessa; un romanzo a puntate che durava una vita ed in cui ogni disco raccontava una fase diversa di quell’uomo che cadde sulla Terra nel suo viaggio di ritorno verso lo spazio. Nell'era dell'attenzione frammentata oggi quella capacità di mutare è diventata una necessità di sopravvivenza darwiniana: non esiste più un "tempo che scorre", necessario, imprescindibile, per metabolizzare dischi come Low o Blackstar; esiste solo un eterno, frenetico presente in cui un disco è morto, e l'artista contemporaneo non chiede al pubblico che quei 3 minuti (o forse ormai solo 15 secondi) di attenzione e viralità algoritmica che ne possano decretare il successo. Bowie ci ha insegnato che si può essere "tutto": uomo, donna, alieno, dandy, robot.
La generazione attuale si serve di quella lezione con una velocità che attira l’attenzione e genera spettacolo che rischia di svuotare di significato il messaggio. Viviamo in un cut-up perenne, dove passato, presente e futuro si schiantano nello stesso feed di TikTok; e forse è proprio questo che ci manca di più, dieci anni dopo.

Nel suo cavalcare il cambiamento Bowie difficilmente se ne lasciava travolgere: in questo eterno presente dove tutto è disponibile subito e dimenticato un istante dopo, l'assenza di David Bowie non è solo un vuoto affettivo, ma la traccia di un mondo che per le nuove generazioni assume un diverso paradigma. Rispetto al presente e nonostante il presente, non tutto è da buttare via; e se i generi di punta sono cambiati, le tematiche e la modalità di declinare musica portate da Bowie sono germogliate, anche in generi del tutto inaspettati come il rap.
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Se Bowie usava il rock per dissezionare l’alienazione dell’individuo nella società dello spettacolo, oggi è nel perimetro dell’hip-hop più colto che ritroviamo lo stesso sforzo di trasformare il ritmo in un’opera d’arte totale e scomoda. Non è un caso che Tony Visconti, storico produttore di David a poche settimane dall’uscita di Blackstar, avesse rivelato che proprio Lamar sia stato la fonte d'ispirazione principale durante le sessioni. Lamar in effetti tratta il rap come Bowie trattava il rock: un territorio di guerra intellettuale. In To Pimp a Butterfly (citato dallo stesso Visconti) Lamar non si limita a infilare rime su un beat; distrugge la struttura, inserisce il jazz, il funk, la poesia declamata e il teatro.

Childish Gambino
Proprio come il Bowie di Diamond Dogs, Kendrick costruisce narrazioni cinematografiche e distopiche per raccontare la condizione umana e razziale, rifiutando di farsi chiudere nel recinto del "già sentito". Come Lamar anche Donald Glover, meglio conosciuto come Childish Gambino, è forse l'unico artista contemporaneo che incarna perfettamente il concetto bowieano di "artista-sistema". Attore, regista, sceneggiatore e musicista, Glover manipola la sua identità con la stessa spregiudicatezza del Duca Bianco: con “Awaken, My Love!” (2016) ha abbandonato il rap per immergersi in un funk psichedelico e viscerale, un po’ come quando David lasciò Ziggy Stardust per attraversare gli Stati Uniti e darsi al soul di Young Americans; in This Is America l’idea di usare il video come atto di guerriglia culturale, ha ripreso quella capacità di Bowie di usare l’estetica visiva per veicolare messaggi che la sola musica non poteva contenere. Lamar e Gambino sono esempi, in un’epoca vorrebbe appiattimento culturale per la fruizione commerciale, di quella scintilla rivoluzionaria di chi ha avuto il coraggio di pretendere dal pubblico qualcosa di più: l'attenzione.
È uscito di scena un secondo prima che l'algoritmo decidesse di spiegarci tutto, privandoci del gusto della scoperta: in questo eterno presente dove tutto è disponibile ma nulla è profondo, ci resta la sfida di quel fulmine dipinto sul volto: un enigma che non cerca soluzione, ma attenzione. Perché se oggi la musica scorre come acqua corrente, David Bowie rimane l'ostacolo che ci ricorda che siamo ancora umani finché abbiamo il coraggio di chiederci, davanti a un suono mai sentito, che cosa stia cercando di dirci quella luce che non si lascia decifrare.