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La città sceglie Lidia Poët come uno dei simboli dell’8 Marzo: ma chi era davvero la donna che ha cambiato la storia dell'avvocatura ?

La prima donna avvocata di Italia su Netflix interpretata da Matilda De Angelis

La città sceglie Lidia Poët come uno dei simboli dell’8 Marzo: ma chi era davvero la donna che ha cambiato la storia dell'avvocatura ?

Non si confà, a una donna, di esercitare un pubblico ufficio. «La donna non può esercitare l’avvocatura», perché «nella razza umana, esistono diversità e disuguaglianze naturali». E poi, sarebbe «disdicevole e brutto veder le donne , agitarsi in mezzo allo strepito di pubblici giudizi», costrette «a trattare argomenti dei quali le buone regole della vita interdicono di fare motto alla presenza di donne oneste».

Che dire poi delle toghe? «Non occorre nemmeno accennare al rischio se si vedesse la virile toga dell’avvocato sovrapposta ad abbigliamenti strani o bizzarri che la moda impone alle donne». E infine, «l’esercizio dell’avvocatura per parte delle donne è incompatibile con la riservatezza del sesso e con la serietà dei giudizi». Insomma: «la donna avvocata è una follia».

Correva l’anno 1884. Questo recitava la sentenza della Corte d’Appello di Torino: sentenza che radiava Lidia Poët dall’Albo degli avvocati.

Oggi, 8 Marzo 2026, la città di Mondovì ha scelto Lidia Poët come una delle figure da ricordare e celebrare nella Giornata dei diritti della Donna in occasione dell'evento "Donne che hanno lasciato tracce".

È stata ricordata dall'assessora alle Pari opportunità Francesca Bertazzoli, di professione avvocata, che ha riportato a galla non solo la sua battaglia per esercitare la professione a cui aveva diritto e per la quale aveva studiato, ma anche i suoi scritti in cui parlava del diritto di voto alle donne - a cui si arrivò solamente nel 1946.

Ma chi era davvero Lidia Poet?

Ma chi era davvero Lidia Poet? E perché se ne parla a Mondovì?

Perché la Poët fu una liceale nella nostra città: al Liceo classico “Beccaria”, dove nel 1877 conseguì la licenza (così si chiamava, allora, il diploma). Prima della sua personale battaglia che cambiò non solo la sua vita, ma la storia dell’avvocatura in Italia. Una pioniera dell’emancipazione femminile.

Prima che la prima avvocata di Italia diventasse "famosa" grazie alla recentissima serie Netflx "La legge di Lidia Poët", dove viene interpretata dalla straordinaria Matilda De Angelis, non c'erano molte tracce del percorso di battaglia politico intrapreso da Lidia Poet.  Su di lei è stato pubblicato un libro, a firma dell'avvocata Cristina Ricci, che è stato presentato anche a Mondovì.

«Una donna avvocata? Follia!»

Nel 1884 la Corte d’Appello di Torino, con una sentenza, radiò la  Poët dall’Albo degli avvocati. Solo che lei, in quell’Albo, aveva tutto il diritto di starci: si era laureata in Giurisprudenza nel 1881 (tra l’altro, dopo aver discusso una tesi sulla condizione femminile nella società e sul diritto di voto per le donne), aveva fatto il praticantato, aveva superato l’esame di abilitazione alla professione forense.

Al momento della sua iscrizione all’Ordine, il Consiglio si divise: perché non si era mai visto, in Italia o in Europa, un caso simile. Una donna, per quanto istruita e laureata (era nata nel 1855 da una famiglia piemontese, in val Germanasca), che voleva diventare avvocata? Assurdo.

Ma del resto, nell'800 alle donne non era neppure permesso di ricoprire incarichi di pubblico ufficio.

La sua iscrizione, messa ai voti, venne approvata nel 1883 con 12 voti a favore su 20. Ma la categoria si mise di traverso: il procuratore generale del Regno pose in dubbio la legittimità dell’iscrizione e impugnò la decisione ricorrendo alla Corte d’Appello di Torino. E la Poët venne estromessa dalla professione.

Per l'avvocata Cristina Ricci, che a studiato la figura della Poët, questa fu a tutti gli effetti “una pioniera delle battaglie per l’emancipazione delle donne”. «Forse fu la sua cultura valdese a insegnarle che doveva lottare per migliorare il mondo – ha detto, davanti agli studenti –. Fece ricorso. Esercitò la professione senza la toga. E nel 1919, quando la legge finalmente consentì alle donne di poter ricoprire incarichi nei pubblici uffici, divenne avvocata». All'età di 64 anni,

Le differenze con la serie

Come è facile capire, la serie Netflix "La legge di Lidia Poët" prende la figura dell'avvocata piemontese e ci costruisce sopra una narrazione molto diversa da quella storica. del resto, non si tratta di un documentario e neppure di un docu-film, ma di pura fiction. E la fiction ha delle regole ben precise nella costruzione dello storytelling.

Nella serie, la De Angelis interpreta una Lidia Poët molto più vicina alla figura di una detective che a quella di una laureata in legge appartenente alla borghesia nella Torino ottocentesca. Pur senza tralasciare il focus (anzi, abbastanza centrale) della tematica di genere della sua battaglia in difesa dei propri diritti, la fiction aggiunge mistero, dramma, l'immancabile love story.

È un’eroina investigativa moderna coinvolta in una sequenza di casi criminali complessi che occupano il centro della trama. Nel racconto televisivo la protagonista si muove tra omicidi, misteri e indagini parallele, spesso sfidando direttamente le autorità e partecipando attivamente alla risoluzione dei delitti, un ruolo che nella realtà storica non è attestato.

Anche il carattere viene rielaborato: la Lidia della serie è impulsiva, anticonformista, ironica e spesso provocatoria nei confronti delle convenzioni sociali, mentre le fonti storiche descrivono Poët come una professionista determinata ma più misurata, inserita nel contesto culturale della borghesia progressista piemontese di fine Ottocento.

In sostanza, la serie utilizza la figura storica come punto di partenza e simbolo — quello della prima donna che sfida un sistema legale costruito dagli uomini — ma la rielabora in chiave narrativa per adattarla ai codici del crime drama moderno. Il risultato è un personaggio che conserva il valore pionieristico di Lidia Poët ma lo trasforma in una protagonista d’azione e d’indagine, più vicina alla sensibilità e al ritmo del pubblico di oggi che alla realtà documentata della fine dell’Ottocento.

 
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