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18 Aprile 2026 - 09:45
Foto didascalica creata utilizzando il supporto dell'AI
Dopo settimane di tensioni legate al conflitto tra Israele e Libano e alle minacce di blocco navale, si sperava in buone notizie: il fragile cessate il fuoco, infattim aveva consentito il ripristino del traffico in uno dei passaggi marittimi più cruciali al mondo: lo Stretto di Hormuz. Da qui transita infatti circa un quinto del petrolio globale: un dato che spiega perché ogni spiraglio di stabilità venga immediatamente riflesso nei mercati.
Nemmeno un giorno dopo, però, le forze armate iraniane hanno annunciato che lo Stretto tornerà al suo "stato precedente", dopo che gli Usa hanno deciso di mantenere il blocco navale.

In questo contesto, i mercati hanno reagito con un immediato calo del prezzo del petrolio alla notizie della riapertura. Le borse hanno mostrato segni di ripresa, sostenute dall’idea che il peggio possa essere alle spalle: tuttavia, la successiva notizia della chiusura dello stretto conferma quando la tregua resti appesa a un filo. Le dichiarazioni dei leader coinvolti confermano che il conflitto non è risolto, ma solo sospeso.

La riapertura dello Stretto di Hormuz, come detto, aveva già prodotto un primo effetto visibile: il prezzo del petrolio era crollato fino al 10% nel giro di poche ore. Ma ora tutto potrebbe tornare come prima, alla luce delle nuove recenti notizie.
Ma per automobilisti e viaggiatori la domanda è un’altra: quando scenderanno davvero i prezzi di gasolio e voli? La risposta, secondo le prime analisi è meno immediata di quanto si possa pensare.
Il motivo sta nel funzionamento stesso del mercato dei carburanti e in quello che gli esperti chiamano “asimmetria dei prezzi”: quando il greggio sale, i rincari si trasferiscono rapidamente ai consumatori; quando scende, invece, il calo arriva molto più lentamente. Questione legata agli approvvigionamenti, ma, aggiungiamo noi, anche alle speculazioni.
In altre parole, anche se Hormuz tornasse pienamente operativo, il pieno dell’auto e il costo dei voli potrebbero restare alti ancora per un bel po'. Solo dopo lo smaltimento delle scorte più care e in presenza di una tregua stabile, i ribassi potrebbero iniziare a farsi sentire, anche a discapito della tanto odiata e inevitabile speculazione.
E c’è un ulteriore elemento di incertezza: come abbiamo visto la riapertura dello stretto è molto labile, legata a un cessate il fuoco ancora fragile e soggetto a condizioni. Eventuali nuove tensioni o limitazioni al traffico marittimo hanno fatto invertire rapidamente la tendenza, con la conseguenza di riportare il petrolio – e quindi i costi energetici – verso l’alto. In altre parole: il rischio volatilità resta altissimo.

Sul fronte dei voli aerei, la situazione è ancora più complessa e le prospettive per l’estate restano incerte.
Il costo del carburante per aerei – che può incidere fino al 25-30% dei costi operativi delle compagnie – è esploso nelle settimane di tensione, arrivando in alcuni casi a raddoppiare e spingendo già oggi i prezzi dei biglietti verso l’alto.
Secondo le analisi del settore, gli aumenti si sono già tradotti in rincari tra il 5% e il 15% sulle rotte europee, con punte molto più elevate su quelle intercontinentali.
La riapertura e successiva richiusura di Hormuz dimostra un'instabilità assoluta.
Per questo motivo, l’estate 2026 rischia di essere caratterizzata da prezzi ancora elevati e da una minore offerta di voli, con possibili tagli alle tratte meno redditizie (come annunciato da Ryanair) e una maggiore volatilità delle tariffe.
Sullo sfondo resta poi l’incognita delle forniture: l’Europa dipende fortemente dal cherosene che passa proprio da Hormuz e, in caso di nuove tensioni, si potrebbe arrivare a una vera riduzione dei voli o a cancellazioni diffuse nei mesi di alta stagione .
In sintesi, anche se il petrolio scende, per chi viaggerà nei prossimi mesi il rischio è quello di pagare ancora caro – e di dover fare i conti con un’offerta meno stabile del previsto.

Il mondo osserva, i mercati reagiscono, i consumatori sperano. Ma in Medio Oriente, come spesso accade, la linea tra tregua e crisi resta sottile, come dimostra il caso della riapertura e successiva chiusura di Hormuz.
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