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Da meme inquietante a film: che cos’è il fenomeno “Backrooms” e soprattutto... esistono davvero?

da post virale su 4chan al grande schermo: Backrooms, in uscita a fine maggio, trasforma i "liminal spaces" del web in un horror asettico con Chiwetel Ejiofor. Internet sta creando nuovi generi culturali (e il cinema li sta inseguendo)

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Renate Reinsve in una scena di "Backrooms"

Ti è mai capitato di guardare un'immagine, apparentemente normalissima, e avere la sensazione che qualcosa non torni?


Un corridoio troppo vuoto, luci al neon che ronzano, nessuno intorno.

Tutto realistico. Eppure profondamente sbagliato.

 



È da qui che nasce il fenomeno delle Backrooms, uno degli incubi più virali e inquietanti generati dal web negli ultimi anni. E ora, per la prima volta, questa suggestione paranoica collettiva diventa un film destinato al grande pubblico.

Molto probabilmente si tratta del primo film ispirato a un "creepypaste" virale del web. Non solo: probabilmente è il primo caso in cui le dinamiche del web scoprono una nuova nicchia e inventano un nuovo genere horror. Il caso di "Backrooms" film che uscirà a fine maggio, è davvero singolare e a suo modo segna un passaggio significativo nella cultura pop. La pellicola infatti racconta di una serie di personaggi alle prese con un'inquietante e sterminata serie di stanze e ambienti, interamente deserti. Il protagonista della pellicola, interpretato da Chiwetel Ejofor, lavora in uno showroom di mobili. Un giorno, individua una porta che non aveva mai visto prima. La varca, e si trova ad esplorare quella che appare come un'ala abbandonata del palazzo, ma perfettamente in buone condizioni. L'asetticità degli ambienti, l'assoluta assenza di oggetti e di persone, trasmette un velato senso di inquietudine. Da lì lo sviluppo della trama, che coinvolge, nel cast, anche la celebre attrice norvegese Renate Reinsve, Mark Dupass e Lukita Maxwell. Il regista è Kane Parsons, giovane autore cresciuto nel mondo digitale, fattosi le ossa proprio pubblicando contenuti sul web e crescendo mano a mano.

Dall’immagine virale su 4chan al mito digitale: l’origine del creepypasta

L'originale "Backrooms" del Creepypasta

Si tratta a tutti gli effetti di uno sviluppo di un'estetica, o forse più precisamente un effetto inquietante, scoperto per caso dalla cultura del web. Tutto nasce da un post, rimasto a suo modo nella storia, intitolato Backrooms e apparso sul social 4chan, molto usato negli USA. L'immagine ritraeva un corridoio decorato da tappeti gialli e ricoperto da carta da parati. L'immagine fu postata in risposta a un thread che sfidava gli utenti a trovare immagini "sbagliate" ovvero dove si percepisse un qualcosa di indefinito che non andava, un senso di inquietudine. In seguito, fu postato un testo in accompagnamento, che evocava un misterioso mondo nascosto, una sorta di dimensione parallela o, per meglio dire, una sorta di "dietro le quinte" della realtà.

«If you’re not careful and you noclip out of reality in the wrong areas, you’ll end up in the Backrooms, where it’s nothing but the stink of old moist carpet, the madness of mono-yellow, the endless background noise of fluorescent lights at maximum hum-buzz, and approximately six hundred million square miles of randomly segmented empty rooms to be trapped in»

(traduzione: «Se non stai attento e “noclippi” fuori dalla realtà nelle aree sbagliate, finirai nelle Backrooms, dove non c’è altro che il tanfo di vecchia moquette umida, la follia del giallo monotono, il rumore di fondo incessante delle luci fluorescenti al massimo ronzio e circa seicento milioni di miglia quadrate di stanze vuote segmentate a caso in cui restare intrappolato»).

Il significato del “noclip”: quando il videogioco diventa incubo

Il riferimento al "noclippare" è interessante, perchè svela come l'intero concetto sia ispirato a un'esperienza reale: trae spunto dall'esperienza di un videogiocatore che si imbatte in un bug del programma e inizia a esplorare zone della mappa a cui non dovrebbe accedere, vagando in stanze che non sono altro che "spazi vuoti" tra un ambito programmato e l'altro. Questo testo diventa virale, con il meccanismo del Creepypasta, ovvero brevi storie horror o leggende metropolitane che vengono copincollate serialmente.

Dai social all’AI: l’espansione infinita delle Backrooms

Il tutto nasce nel 2019: con gli anni e con l'introduzione dell'AI, notando un interesse per questo tipo di contenuti, sottilmente inquietanti, iniziano a trovarsi dei canali interamente dedicati, su Instagram e Facebook, alla composizione di chilometri e chilometri di Backrooms. Immagini di corridoi, stanze, come degli immensi piani di grandi magazzini o di condomini tutti da esplorare. E nasce la consapevolezza di questo tipo di effetto, che viene identificata negli spazi liminali. Ovvero, la sottile inquietudine di un'immagine che ritrae luoghi "Di passaggio" che non si sa da dove vengono e dove portino. Questo senso dell'indefinito, unito ad un realismo che percepiamo come distorto per via dell'assenza di persone e oggetti, per via anche della perfetta "asetticità" degli spazi, ci da la sensazione che qualcosa non torni in questi spazi e in queste sale. In qualche modo, ha a che fare con l'ansia di smarrirsi, di restare perfettamente soli e racconta qualcosa delle nostre inquietudini contemporanee. Le "Backrooms" ci disturbano perchè dicono molto di noi, dicono molto del mondo contemporaneo, sempre più smisurato e indecifrabile. È come se fossero la proiezione visiva dell'oceano di contenuti e informazioni da cui veniamo bombardati ogni giorno senza riuscire ad orientarci. Sono una metafora tangibile dello "Scrolling infinito"  a cui siamo esposti tutti i giorni e che inghiotte la nostra attenzione. Allo stesso tempo però, mettono alla prova il nostro horror vacui. Non succede nulla, non c'è nulla di cui avere paura. Eppure ci inquietano. Non c'è nulla, nemmeno uno scopo o un senso. Lasciano, poi, la sensazione di non riuscire a penetrare il mistero che celano. Chi le ha realizzate? Perchè? Come possono essere esplorate?

L’estetica dei liminal spaces: il fascino inquietante dei luoghi vuoti

C'era chi lo aveva intuito, senza peraltro riuscire a mettere del tutto a fuoco questo concetto: si tratta di Stanley Kubrick che, in Shining, inconsapevolmente, utilizza proprio l'estetica dei Liminal Spaces, nel ritrarre le scene più inquietanti in cui il piccolo Doc gira per l'hotel a bordo del suo triciclo, in corridoi tutti uguali ed estesi per chilometri. Oggi si torna al cinema, con la scelta di una produzione e di un autore di concentrarsi specificamente su questo tipo di effetto e metterlo al centro di un'opera d'arte. Riuscito o meno che sarà il film, è sicuramente un passaggio estremamente interessante di scambio dall'underground del web ad Hollywood. 

Portare le "Backrooms" e la loro estetica al cinema è senz'altro una scommessa. Perché la loro forza sta proprio nel fatto che non spiegano. Non definiscono. Non danno risposte. Se il film proverà a chiarire troppo, rischia di perdere ciò che le rende disturbanti. Se riuscirà a mantenere quell’ambiguità, potrebbe trasformarsi in qualcosa di molto più incisivo di un horror tradizionale.

Perché alla fine l’idea è semplice. Ed è proprio questo il problema.

Che esistano luoghi che riconosci perfettamente, ma in cui non dovresti mai trovarti.

E una volta dentro, non è tanto capire dove sei.

È capire se esiste davvero un’uscita.



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