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27 Aprile 2026 - 08:31
Il film biografico suscita sempre un grande interesse, che viene amplificato dalla misura della popolarità del personaggio di cui tratta. Accompagnato sempre da una crescente curiosità alla vigilia sul frangente di vita scelto, o sul tipo di approccio adottato per raccontarlo. Ci si attende un approfondimento, un'analisi su qualche aspetto in particolare o semplicemente una direzione accennata sul modo in cui volerlo presentare. Offrendo qualche indizio sul punto di vista, sul giudizio: una condanna, un'assoluzione, o anche solo una valutazione rimandata. Ebbene, tutto questo, nel film di Antonie Fuqua su Michael Jackson, non c' è. Vero che il pubblico non chiedeva di certo la luna, aspettandosi un memorabilia su quella che è forse la pop star più famosa di sempre. A volte al cospetto di figure dall'esistenza tanto straordinaria, ci possiamo sentire accontentati di vedere rappresentazione nostalgica, un pò patinata, di una storia reale. Ma è anche vero che non si possono occultare del tutto passaggi fondamentali che contraddistinguono il personaggio, solo per non finire nelle sabbie mobili di un contradditorio. Ed è per questo che la visione di "Michael" lascia inevitabilmente delusi. Già, perché la vita di Michael Jackson non è, nel bene o nel male, solo un lungo videoclip, anche se siamo al cospetto di chi, con Thriller, il concetto di videoclip lo abbia rivoluzionato. Il film ha subìto numerosi tagli e diverse revisioni in fase di sceneggiatura, e la sensazione che sia rimasto fuori ben più di qualcosa, un po' per scelta un po' per evitare magagne, è reale. Tuttavia, riescono comunque a emergere spunti a tematiche interessanti che meriterebbero un approfondimento. Il vero problema del film sta proprio lì, nel dribblare qualsiasi elemento di spessore si presenti all'orizzonte: skippando avanti di anni (come si faceva con le tracce di un CD) la storia al minimo accenno di una possibile analisi, abbandonando la logica della narrazione a favore di un nuovo "flow". Paradossalmente è un film che crea alibi, nel meccanismo di riqualificazione e divinazione del personaggio, ma immediatamente li distrugge lasciandoci interdetti. Quello che emerge è un artista tormentato più dal padre che dai suoi pensieri e dalle sue responsabilità umane di personaggio pubblico. Un bambino prodigio strappato dalla sua infanzia e prigioniero di una gabbia dorata, intorbidito da surreali paliativi di quelli che dovrebbero essere i legami naturali coi coetanei. Manca l'indagine psicologica che lo porterà a delle scelte e su ciò che lo formerà caratterialmente. Si susseguono nuovi suoni e nuove canzoni, senza però che avere una minima idea da quale parte del pensiero dell'intimo sia nati. C'è una sensibilità molto forte in Michael, anche per quello che avviene nel mondo, da lì la volontà di fare qualcosa di veramente utile per il prossimo. E allora pensiamo che si cominci a parlare di "We are the world", e che si risollevi così la sua immagine, e invece la fase altruista viene sbolognata in un attimo con una frasetta buttata lì. Che peccato. Michael Jackson è un interprete logicamente divisivo: lo si può amare, è comprensibile detestarlo, difenderlo o attaccarlo. Tutti i giudizi su di lui hanno dei saldi appigli. Se la via scelta è quella della giustificazione, del perdono e dell'esaltazione, è giusto che la si persegua, in un modo però che merita.
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