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31 Ottobre 2025 - 10:24
La poesia è un’arte dai tratti misteriosi, prima di tutto per chi la pratica, che sente spesso di non averne il controllo. Così, ancora una volta, Remigio Bertolino si è stupito che «La sorgente della poesia» che «ha finito di stillare parole» sia tornata a dispensare generosamente il suo nettare all’artista montaldese: l’Eva del temp (L’acqua del tempo) è uscita in questi giorni per “Puntoacapo” editore, è una corposa raccolta, articolata in quattro sezioni, in cui Remigio torna a raccontare il suo mondo, quello dell’universo montaldese, che è anche la lingua con cui il poeta lo forgia, utilizzando il dialetto del suo paese natale con tutte le sue caratteristiche e le sue peculiarità locali.
L’arte di Bertolino è un’arte antica, fatta di natura e povertà, racconta la vita dei montanari d’un tempo ma prima di tutto condivide uno sguardo, quello del poeta bambino. Spesso, il germe originario della scrittura è l’esperienza, il ricordo, la suggestione di un’infanzia difficile e delle ruvide figure adulte che componevano un mondo di cui oggi si riconoscono le tracce solo nelle forme naturali e nelle vestigia che si incontrano talvolta nei boschi.
Poi, la fascinazione per la solitudine, per una spiritualità contadina che rinuncia francescanamente a ogni conforto tecnologico per confrontarsi con la natura e con le spartane elementari difese dell’essere umano. Da queste premesse nascono ben due sezioni della raccolta, costruite intorno a due figure realmente esistite. La prima è forse quella più cara al poeta: il ciclo dell’eremita è breve rispetto alle altre parti del libro, ma la sua sintesi è fulcro e manifesto in cui si ritrova il significato ancestrale sotteso a tutto l’universo poetico di Remigio.
L’eremita è un avo dell’autore, che da marzo a novembre lasciava la moglie e la figlia e la propria abitazione nella frazione Roamarenca per salire su un tecc sulla cresta di San Giorgio. Disponeva di un camino, di una cassapanca e poco altro. La terza sezione è invece ispirata al professor Guido de Giorgio, intellettuale montaldese che trascorse i propri ultimi anni in una canonica a Deviglia, in uno spartano eremitaggio. Titolo della raccolta è ispirato al libro “Ciò che mormora il vento del Gargano” in cui il professore aveva raccontato il proprio pellegrinaggio a San Giovanni Rotondo, al cospetto di Padre Pio.
Un incontro che lo segnò profondamente, segnando l’ultima parte del suo percorso. Le altre due sezioni, “Acqua del tempo” e “Ombre” in qualche modo riprendono il passato e giocano con l’intreccio tra passato e presente, con echi e allusioni. Lo stesso titolo del libro allude a una sorta di “Ringform” nel percorso poetico di remigio, perché riprende la prima raccolta, l’”Acqua di inverno” nel 1986.
Le epigrafi di Eraclito e Sant’Agostino (la prima il celebre passaggio sullo scorrere del fiume e la seconda sulla natura del tempo) esplicitano il parallelismo, sotteso a tutta la raccolta. L’acqua di Remigio è poesia e vita, è passaggio e flusso, è l’immagine del tempo che scorre e delle generazioni che si rinnovano, nella fisarmonica ormai muta in una custodia nera ma anche nel clarinetto del padre, regalato al giovane postino perché «Ora tocca ai giovani/far ballare la vita». Un avvenire tuttavia avvolto in fosche minacce: l’ultimo componimento della raccolta è ispirato all’esperienza della pandemia «Ad un soffio/cadevano uno dopo l’altro/i castelli dove ci eravamo asserragliati/Le nostre anime/erano vasti deserti/il vento soffiando/dissotterrava tutti i silenzi/che, dentro, avevano scavato tane».
È un periodo proficuo per l'autore montaldese, che è recentemente stato incluso anche in un'antologia curata da Giovanni Tesio e dedicata al rapporto tra la poesia e il mondo vegetale. "Anche gli alberi cantano" è uscita per Interlinea editore: vi è incluso un componimento di Bertolino a fianco di alcuni dei maggiori poeti e poetesse del Novecento, da Eugenio Montale ad Andrea Zanzotto, da Luciano Erba a Tonino Guerra, da Vivianl Lamarque ad Alda Merini.
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