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22 anni e una laurea, Anna parte per dedicarsi ai bambini più fragili in Africa

Da Carrù al Kenya, poi la Tanzania. Un percorso di studio che diventerà, per alcuni mesi, missione

22 anni e una laurea,  Anna parte per curare i bambini più fragili in Africa

Foto Associazione Pamoya Onlus dalla Tanzania e, nel riquadro, Anna Manfredi

Ha 22 anni, una laurea conseguita da poco e una valigia piena di tutori e scarpette ortopediche. Il 24 gennaio Anna Manfredi partirà da Carrù per l’Africa, dove, per alcuni mesi, si occuperà dei bimbi con disturbi neurologici in Kenya e Tanzania.

Aveva già iniziato a raccogliere fondi tra gli amici come regalo di laurea e, ora, ha lanciato una campagna di donazione su Satispay. Il ricavato sarà devoluto alle due Associazioni con cui è pronta a collaborare: la “Cottolengo” di Torino e la Onlus “Pamoya”.

Storie come questa permettono di incrociare, condividere e far emergere sogni nel cassetto. Per questo ci siamo fatti raccontare più da vicino la sua scelta e il percorso all’orizzonte.

Buongiorno Anna, innanzitutto presentati.

«Allora, ho 22 anni e sono nata e cresciuta a Carrù. Dopo il Liceo scientifico a Mondovì, mi sono iscritta all’Università di Torino, laureandomi a novembre in “Terapia della neuro e psicomotricità dell’età evolutiva”, una professione sanitaria riabilitativa triennale – oggi presente solo in Italia – che si occupa di bambini e ragazzi da 0 a 18 anni con disturbi dello sviluppo, cognitivi e neurologici. È una professione che lavora sull’integrazione corpo–mente, utilizzando il movimento come strumento terapeutico. Sentivo che era la strada giusta per me».


L'Ospedale di Tuuru

Quando partirai?

«Il prossimo 24 gennaio. La prima tappa sarà il Kenya, dove resterò fino al 23 marzo presso l’Ospedale riabilitativo pediatrico di Tuuru, struttura del Cottolengo situata nella provincia di Laare. Qui seguirò i bambini affetti da paralisi cerebrale infantile, ritardi cognitivi e disturbi dello sviluppo. In Kenya lavorerò insieme a un’altra terapista più esperta. Sarà una grande occasione di crescita, anche perché spesso bisogna inventare materiali riabilitativi con risorse molto semplici. È una sfida che mi entusiasma».

E dopo il Kenya, la Tanzania…

«Dal 23 marzo al 1° maggio sarò accolta invece dall’Associazione Pamoya, impegnata nei reparti di neonatologia e pediatria di Ikelu. Lavorerò in autonomia su un progetto di follow-up dei bambini nati prematuri o con patologie, dando continuità a un percorso già avviato dall’Associazione. In Tanzania sarò in un contesto che non conosco, ma è proprio questo che mi stimola: mettermi in gioco, crescere come persona e come professionista».

Come hai maturato la decisione?

«L’idea di partire nasce anni fa, ascoltando racconti di chi era tornato da esperienze simili, con occhi pieni di luce. Ma ho scelto con attenzione. Tra le tante cose che ho letto, mi ha colpito il pensiero dello scrittore e attivista Nicolò Govoni: c’è differenza tra volontariato e “volonturismo”. Non volevo un’esperienza turistica mascherata, ma un progetto serio, a lungo termine. Le associazioni scelte, “Cottolengo” e “Pamoya”, accolgono anche giovani in servizio civile e credo possano permettermi di valorizzare anche competenze professionali».


L'Ospedale di Ikelu in Tanzania

Da Carrù a Tuuru sono oltre 9mila chilometri, ma la distanza tra i due mondi forse va ancora oltre. Come ti immagini la vita in questi mesi?

«Mi piace l’idea di vivere come una persona che condivide la quotidianità delle comunità locali, rispettandone il loro “ritmo” negli spazi e nei tempi. Ho già assaporato in parte questa dimensione durante un’esperienza in Senegal con la famiglia Diouf di Carrù. È un’esperienza che mi ha profondamente affascinata e non vedo l’ora di rivivere.

Sono profondamente grata a tutte le persone che hanno contribuito con donazioni e la raccolta del prezioso materiale riabilitativo. Un grazie gigante, davvero».

 

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