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“Torino non è violenza, è carità”: l’appello dell’arcivescovo dopo la notte di guerriglia

Repole invita la città a reagire senza odio: condanna ferma degli scontri, vicinanza a vittime e forze dell’ordine, ma anche attenzione alle sofferenze sociali che non possono essere ignorate

“Torino non è violenza, è carità”: l’appello dell’arcivescovo dopo la notte di guerriglia

Foto di Massimo Masone - La Voce e il Tempo

Torino deve difendere la propria identità. È questo il cuore del messaggio lanciato dall’arcivescovo Roberto Repole dopo gli episodi di guerriglia urbana che hanno scosso la città. Parole nette, che uniscono condanna e responsabilità: la violenza va fermata senza esitazioni, ma non può diventare un’etichetta da appiccicare a un’intera comunità.

Secondo Repole, Torino non è una città violenta, bensì una “capitale della carità e della solidarietà sociale”, un luogo che nella sua storia ha sempre saputo farsi carico delle fragilità prima ancora di giudicarle. Per questo gli scontri avvenuti in centro rappresentano, nelle sue parole, una “manipolazione” dell’immagine della città da parte di chi coltiva la violenza.

L’arcivescovo ha espresso vicinanza alle vittime, ai feriti e alle forze dell’ordine, sottolineando la necessità di denunciare con forza chi ha scatenato i disordini. Allo stesso tempo ha invitato istituzioni e cittadini a non confondere le frange violente con le migliaia di persone che manifestano pacificamente, né a ignorare la sofferenza silenziosa di chi vive povertà ed emarginazione.

Il richiamo è chiaro: fermare la violenza sì, ma senza chiudere gli occhi sulle radici del disagio sociale. Torino, ricorda Repole, ha sempre saputo “chinarsi per curare le ferite prima di punire”. Un invito al dialogo e alla responsabilità collettiva, perché la risposta alla paura non sia la divisione, ma la capacità di restare comunità.

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