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23 Febbraio 2026 - 15:50
Klaebo, Nyenget, Iversen: la tripletta norvegese nella 50 km di fondo a Milano-Cortina
Ci hanno maltrattato (due volte) a calcio nelle qualificazioni ai Campionati mondiali ed ora sono pure venuti a casa nostra dominare il medagliare di Milano Cortina. Scherzi a parte: è dai giochi invernali del 2014 a Soci che succede: a dominare sulle nevi è la Norvegia. Gli scandinavi hanno conquistato 26 medaglie in Russia, 39 in Corea a Pyeongchang quattro anni dopo, 37 a Pechino nel 2022, fino alle 41 delle Olimpiadi italiane concluse domenica 22 febbraio.
La tentazione è quella di cercare spiegazioni nel clima, nella genetica o nella cultura sciistica, ma stiamo pur sempre parlando di un paese di appena 5,6 milioni di abitanti che si è lasciato alle spalle colossi come gli Stati Uniti, l’Olanda dei pattinatori e noi padroni di casa, portandosi a casa 18 ori, 12 argenti e 11 bronzi. Mettiamoci pure che un fenomeno come Johannes Høsflot Klæbo non nasce tutti i giorni, ma anche senza i suoi sei ori da record nello sci di fondo i sudditi di Re Harald V sarebbero comunque davanti a tutti.
Abbiamo parlato di calcio, di sport invernali, ma anche nell’atletica la Norvegia ha messo le sue bandierine (basta un nome: Jakob Ingebrigtsen). Esistono le casualità, le generazioni di fenomeni, ma c’è anche qualche segreto dietro a questo dominio? Sicuramente c’è un modello da analizzare con attenzione.
Uno dei pilastri del cosiddetto modello norvegese è giuridico ed educativo: la “Children’s Rights in Sport”, la Carta dei diritti dei bambini nello sport introdotta negli anni ’80 e progressivamente rafforzata dal NIF la Confederazione Sportiva Norvegese. Il documento, che non è un trattato ma conta appena otto pagine, stabilisce principi che oggi appaiono quasi contro-intuitivi nel mondo della performance. E il primo a noi appare quasi rivoluzionario: il divieto di classifiche ufficiali prima dei 13 anni. Nei tornei e nelle competizioni riservate alla fascia dei giovanissimi non vengono stilate classifiche e graduatorie nazionali. E ancora: diritto al gioco e al divertimento, partecipazione garantita a tutti, sviluppo motorio multilaterale, centralità della motivazione del bambino. L’obiettivo è che gli atleti che si affacciano alle competizioni dall'adolescenza in poi, quando il risultato deve per forza diventare una variabile, non si sentano stressati e non abbandonino l'attività.
Tra i protagonisti di questo protocollo c’è Inge Andersen, un lungo curriculum come allenatore di sci nordico e maestro di sport e poi presidente del comitato olimpico nazionale. «La motivazione dei bambini nello sport è molto più importante di quella dei genitori o degli allenatori» è una delle sue massime. Una frase che sintetizza la filosofia nazionale: non selezionare precocemente, ma allargare la base.
Andersen ha contribuito a istituzionalizzare una visione pedagogica dello sport giovanile, che si discosta nettamente dai modelli iper-competitivi diffusi in molte altre nazioni europee, promuovendo politiche di anti-specializzazione precoce, rafforzando l’idea dello sport come diritto sociale. Il principio guida è semplice: ad una prestazione tardiva corrisponderebbe una carriera più lunga. Questo approccio è oggi considerato uno dei fattori strutturali che permettono alla Norvegia di primeggiare nello sport.
Secondo il modello promosso anche da Andersen, il talento non deve essere “scoperto presto”, ma maturare in un ambiente inclusivo. Solo in una seconda fase interviene l’alta performance e la selezione avviene naturalmente dopo i 13-14 anni.
Ancora di più dopo i Giochi di Milano-Cortina, forse merita che anche lo sport italiano si fermi a riflettere.
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