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02 Marzo 2026 - 12:38
Foto didascalica creata utilizzando il supporto dell'AI
La crisi dell’automotive non colpisce solo i grandi marchi: a pagare il prezzo più alto sono anche le migliaia di microimprese, soprattutto artigiane, che lavorano nell’indotto “allargato”, tra componentistica e servizi collegati alla filiera.
Il quadro è pesante: crollo del fatturato tra il 40% e il 60%, costi di sviluppo sempre più elevati e tempi di immissione sul mercato poco competitivi rispetto ai grandi player globali, in particolare la Cina. Una crisi strutturale che, secondo gli operatori, rischia di lasciare cicatrici profonde sul tessuto produttivo piemontese.
«Questo scenario rischia di dare il colpo di grazia a migliaia di piccole imprese – avverte Gabriele Taricco, presidente Meccanica e subfornitura di Confartigianato Imprese Piemonte – e di trasformare Torino e altre aree del Piemonte da “culla dell’automobile” a territori desertificati, senza una vera riconversione produttiva».
La preoccupazione riguarda non solo le aziende, ma anche le famiglie degli artigiani e dei lavoratori coinvolti. Per questo, sottolinea Giorgio Felici, presidente regionale di Confartigianato, «è vitale un cambio di strategia nelle politiche industriali, a partire dall’Europa, per allinearci a quanto stanno facendo Cina e Stati Uniti, mitigando l’urgenza di scelte ambientali troppo severe».
Tra le richieste al Governo e alle istituzioni: sgravi fiscali, incentivi per la riconversione e la diversificazione produttiva, riduzione dei costi vivi e attivazione della ZES (Zona Economica Speciale) anche nelle aree piemontesi più colpite, con benefici fiscali e semplificazioni burocratiche. Il tema è stato portato anche in audizione alla Commissione Industria del Senato.
L’obiettivo è chiaro: salvare competenze e saperi costruiti in decenni di storia industriale, attrarre nuovi produttori e impedire che la crisi dell’automotive si trasformi in una frattura irreversibile per il Piemonte.
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