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10 Marzo 2026 - 09:08
La drammatica scena dell’incidente tra Bra e Cavallermaggiore nel 1965
Ripubblichiamo un articolo di Mario Bocchio uscito sui canali del Consiglio Regionale del Piemonte, per ricordare il tragico incidente in cui sei frati cappuccini persero la vita in un incidente stradale sulla strada tra Bra e Cavallermaggiore mentre tornavano da un convegno
Il freddo, quel pomeriggio, aveva il colore dell’inverno piemontese: campi spogli, aria tagliente, nebbia bassa che sembrava sospesa tra le cascine. Era martedì 19 gennaio 1965. L’Italia stava vivendo gli anni del boom economico, ma nelle campagne tra Bra e Cavallermaggiore il tempo scorreva ancora con il ritmo lento delle stagioni.
Su quella strada provinciale – quando la variante moderna non era ancora stata realizzata e la viabilità si snodava tra incroci a raso e bealere scavate lungo i campi – viaggiava una Fiat 600 Multipla. A bordo c’erano sei frati cappuccini, di ritorno da un convegno svoltosi a Bra e dedicato al tema delle vocazioni. Un incontro importante per un Ordine che, in quegli anni, rifletteva sul proprio ruolo in una società in trasformazione.
Erano uomini giovani, tutti tra i trent’anni e i quarantuno. Religiosi impegnati nell’insegnamento, nella guida delle comunità, nella formazione dei novizi.
Tra loro sedeva padre Donato, al secolo Bernardo Vaschetto, trentenne originario di Villafalletto, direttore del Prenoviziato dei fratelli laici di Torino. Con lui viaggiavano padre Felicissimo (Astore Brugnolaro), 35 anni, torinese, primo definitore e consigliere dell’Ordine; padre Antonio (Antonio Vassallo), 41 anni, nato a Bussano Canavese, laureato in Teologia alla Pontificia Università Gregoriana e ministro provinciale; padre Teodosio (Bartolomeo Galaverna), 34 anni, di Dronero, direttore del liceo cappuccino di Pinerolo; padre Ambrogio (Battista Cerutti), 34 anni, di Busca, insegnante di musica al seminario Serafico di Bra; padre Michele (Michele Comba), 39 anni, anch’egli di Busca, vice parroco alla basilica romana di San Lorenzo al Verano.
Un gruppo affiatato, legato da studio, preghiera e responsabilità pastorali. Stavano tornando alle rispettive sedi dopo una giornata di confronto e lavoro.

Il cippo che ricorda i religiosi deceduti, eretto in quella che oggi è conosciuta come la "Strada Reale"
All’altezza di un incrocio di campagna, tra la strada per Marene e la provinciale che collega Cavallermaggiore a Bra, accadde l’imprevedibile. Da una laterale sopraggiunse un autocarro carico di bestiame. Per cause che le cronache dell’epoca ricondussero al mancato rispetto dello stop, il camion invase la carreggiata proprio mentre sopraggiungeva la 600. L’urto fu violentissimo.
La piccola vettura venne scaraventata fuori strada, rotolando nella roggia che correva accanto all’asfalto. In pochi istanti tutto si compì. Non ci fu scampo. Quando i primi automobilisti e i residenti accorsero, si trovarono davanti a una scena drammatica. L’auto era accartocciata nel letto del torrente. I corpi dei sei religiosi, recuperati dall’acqua gelida, vennero adagiati sul bordo di un campo, allineati uno accanto all’altro. Qualcuno, con un gesto di pudore e di rispetto, coprì i loro volti con i cappucci marroni dell’abito cappuccino. Fu un silenzio irreale a scendere su quell’angolo di pianura.
In serata le salme vennero trasportate nella cappella dell’Ospedale di Carità di Cavallermaggiore. I confratelli vegliarono per tutta la notte, in preghiera, attorno a quei giovani che poche ore prima discutevano di futuro e di vocazioni. La notizia si diffuse rapidamente nel Cuneese e nelle comunità religiose piemontesi. Fu un lutto collettivo. Non solo per la giovane età delle vittime, ma per il ruolo che ciascuno di loro ricopriva: educatori, superiori, insegnanti, guide spirituali.
Negli anni successivi, sul luogo dell’incidente venne collocata una lapide con i loro nomi. Da allora, quell’intersezione stradale è entrata nella toponomastica popolare come “l’incrocio dei frati”. Un nome che ancora oggi, a distanza di oltre sessant’anni, basta da solo a evocare la tragedia.
Quello del 19 gennaio 1965 resta uno degli episodi più gravi della storia stradale della Granda nel dopoguerra. Una ferita che si colloca accanto ad altre sciagure rimaste impresse nella memoria collettiva, come l’incidente del 5 agosto 1985 sulla strada provinciale per il santuario di Sant’Anna di Vinadio, quando un pullman di pellegrini precipitò in una scarpata causando undici vittime.
Le strade di provincia, negli anni Sessanta, non avevano ancora le infrastrutture e le misure di sicurezza che oggi diamo per scontate. Incroci senza rotatorie, segnaletica essenziale, carreggiate strette. Bastava un errore, una distrazione, e la cronaca diventava tragedia.
Oggi la viabilità è cambiata, il traffico ha preso altre direzioni, ma quel punto tra i campi conserva una memoria silenziosa. La lapide non è soltanto un segno di pietra: è il ricordo di sei vite spezzate in un istante, di una comunità religiosa colpita nel cuore e di un territorio che, da quel giorno d’inverno del 1965, imparò a chiamare quell’angolo di strada con un nome che non si è più dimenticato.
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