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30 Marzo 2026 - 14:42
Vera Gheno a Morozzo
Una sala piena, attenta e partecipe ha fatto da cornice all’incontro «Quando le parole diventano muri, abbattere gli stereotipi per ridefinire il femminile», che ha visto protagonista la sociolinguista Vera Gheno, per il progetto "Voci libere". Un appuntamento che ha saputo unire riflessione, emozione e dibattito, confermandosi come uno dei momenti più significativi del calendario culturale locale. In prima fila, anche la consigliera regionale di Avs, Giulia Marro.
Sabato 29 marzo nella sala "L'incontro", al piano terra delle Medie di Morozzo, si è aperta con un momento intenso e coinvolgente: la lettura di un monologo da parte di Manuela Caula, presidente della Fondazione «Opera Pia Peyrone». Il testo, portato al grande pubblico da Paola Cortellesi durante i David di Donatello 2018 e ispirato a un lavoro di Stefano Bartezzaghi, ha catturato l’attenzione del pubblico, offrendo uno spunto potente sul valore e sul peso delle parole.

A seguire, l’introduzione della serata è stata affidata a Ramona Liboà, consigliera comunale di Morozzo con delega al sociale e promotrice dell'iniziativa, che ha posto al centro del suo intervento il tema della violenza di genere. Un discorso lucido e diretto, che ha invitato a non fermarsi ai simboli: «Non basta un fiocco rosso, non basta un momento isolato se vogliamo davvero estirpare la violenza. Dobbiamo battere il ferro finché è caldo, tornare costantemente sul punto, restare svegli».
Ramona Liboà ha sottolineato come la violenza non sia un fenomeno improvviso, ma il riflesso di una cultura ancora segnata da profonde disuguaglianze, evidenziando l’importanza del lavoro nelle scuole, della formazione e della cultura come strumenti fondamentali di prevenzione. «Stasera facciamo un passo avanti fondamentale», ha aggiunto, introducendo con orgoglio l’ospite principale.
Il cuore della serata si è sviluppato nel dialogo tra Vera Gheno e Paolo Lubatto, che ha saputo guidare un confronto vivace e accessibile, capace di coinvolgere il pubblico. Partendo dal libro «Singolari femminili», il dibattito ha toccato un tema tanto quotidiano quanto cruciale: l’uso dei titoli professionali al femminile.

Perché termini come «maestra» o «infermiera» risultano naturali, mentre altri come «ingegnera», «sindaca» o «avvocata» faticano ancora a essere accettati? La risposta, come spiegato da Gheno, non è grammaticale ma sociale: è una questione di abitudine. La lingua, infatti, evolve attraverso l’uso, e ciò che oggi appare insolito può diventare norma domani.
Un passaggio particolarmente significativo ha riguardato la necessità di riconoscere come la società sia stata storicamente costruita «a misura d’uomo» e come oggi sia fondamentale renderla più inclusiva. Non si tratta di contrapposizione, ma di consapevolezza: colmare una disparità ancora esistente.

Il collegamento con il tema della violenza di genere è emerso con forza nel corso della riflessione finale. Ignorare le disuguaglianze significa, in qualche modo, legittimarle. E in questo squilibrio si inserisce anche il rischio che qualcuno si senta autorizzato a non accettare un rifiuto, a esercitare un potere indebito su chi percepisce come «inferiore».
L’incontro si è concluso tra applausi convinti e numerosi spunti di riflessione, lasciando nel pubblico la sensazione di aver partecipato a qualcosa di importante. Non solo una conferenza, ma un momento di crescita collettiva, capace di dimostrare quanto le parole – se usate con consapevolezza – possano davvero contribuire a costruire una società più equa.
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