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10 Aprile 2026 - 10:20
La presentazione dell'analisi congiunturale di previsione per il secondo trimestre 2026 e dei consuntivi 2025 di Confindustria Cuneo ha messo in evidenza un quadro segnato da una ripresa prudente del manifatturiero e da un raffreddamento dei servizi, in un contesto internazionale appesantito dai timori di un ritorno dell'inflazione, dalle tensioni geopolitiche e dalla nuova pressione sui costi energetici, logistici e delle materie prime.
Ad aprire i lavori è stato il presidente Mariano Costamagna, che ha richiamato lo scenario macroeconomico internazionale. Dopo il miglioramento registrato nei primi mesi dell'anno, lo scoppio della guerra in Iran ha raffreddato l'ottimismo, riportando in primo piano l'inflazione e il rischio di una brusca frenata dell'economia mondiale. Per l'Europa la nuova fase si apre da una posizione di svantaggio, mentre per l'Italia la crescita del Pil 2026 è stata rivista al ribasso dallo 0,7% allo 0,4%.
«Il ritorno dell'inflazione, le tensioni geopolitiche e l'aumento dei costi energetici stanno rallentando l'economia mondiale, con effetti particolarmente pesanti sull'Europa e sull'Italia, la cui crescita per il 2026 è stata rivista al ribasso. In questo contesto, però, emerge con chiarezza la resilienza del sistema produttivo piemontese e cuneese: dopo tre trimestri difficili, le nostre imprese manifatturiere tornano a guardare al futuro con un cauto ma concreto ottimismo», ha sottolineato Costamagna.
Nel merito dei dati dell'indagine, il direttore generale Giuliana Cirio ha evidenziato il recupero del manifatturiero cuneese dopo tre trimestri difficili. Le attese su ordini totali e produzione, ancora negative a dicembre, migliorano, mentre il saldo sull'export resta negativo ma risale a -2,1%. Sale al 76,8% il tasso di utilizzo di impianti e risorse, torna a crescere il saldo sull'occupazione fino al 9% e si riduce il ricorso alla cassa integrazione, che scende al 4,3%. Si indeboliscono invece gli investimenti in nuovi impianti, fermi al 18,2%, mentre aumentano nettamente i timori sui costi: il 75,2% delle imprese prevede rincari delle commodity, il 82,3% della logistica-trasporti e il 84% dell'energia.

Sul fronte dei servizi, il quadro resta complessivamente espansivo ma con segnali di raffreddamento più marcati rispetto al trimestre precedente. Il saldo sui livelli di attività scende dal 21,7% al 2,4%, quello sugli ordinativi dall'11,6% al 5,9%, mentre le prospettive sull'occupazione tornano negative, passando dal 7,2% al -2,4%. Resta positivo il saldo delle vendite all'estero, al 2,8%, e cresce la quota di imprese che programma investimenti significativi, salita al 23,8%.
Anche qui, tuttavia, si rafforzano le aspettative di rincaro: il 82,3% delle aziende teme aumenti dei costi energetici, il 70,9% di quelli logistici e il 69,6% delle commodity.
«L'indagine congiunturale per il secondo trimestre 2026 restituisce un quadro articolato: da un lato il manifatturiero cuneese mostra segnali di recupero su produzione, ordini e soprattutto occupazione, con un ricorso alla cassa integrazione ormai fisiologico; dall'altro cresce fortemente la preoccupazione per l'aumento dei costi di energia, logistica e commodities, che frena la redditività e rende più prudenti le scelte di investimento. Nei servizi, invece, emergono segnali di raffreddamento dopo una fase molto positiva, a conferma di un contesto in cui le imprese mantengono capacità di tenuta ma si muovono con maggiore cautela per effetto dell'incertezza sui mercati e sulla domanda», ha detto Cirio.
Nel focus dedicato ai settori merceologici, al confronto con le altre province piemontesi e ai consuntivi 2025, la responsabile del Centro studi Elena Angaramo ha messo in evidenza un andamento differenziato. Nel manifatturiero continuano a rafforzarsi le attese nella metalmeccanica, il comparto alimentare resta improntato all'ottimismo e recupera slancio l'edilizia; nei servizi, invece, i segnali più critici arrivano da trasporti e logistica, dove il saldo del livello di attività scende a -23,1%, e da commercio e turismo, dove livelli di attività, nuovi ordini e occupazione si attestano tutti a -20%. «La guerra in Medio Oriente sta causando problemi a tutti i settori produttivi. Come emerge dalle dichiarazioni delle nostre aziende, gli effetti indiretti del conflitto si sono manifestati anche nei trasporti, nella logistica e nel turismo internazionale. Nel confronto regionale, Cuneo è al di sotto della media piemontese solo su investimenti e ritardi negli incassi, mentre i servizi sono in linea con la media regionale»», ha osservato Angaramo.
Quanto ai consuntivi 2025, il bilancio complessivo resta positivo: il 39,4% delle aziende intervistate ha aumentato il fatturato, il 68,1% ha chiuso in utile e il 22,3% ha ridotto l'indebitamento netto. Il dato che invita a maggiore cautela è quello degli investimenti: soltanto il 21,1% delle imprese li ha incrementati rispetto al trend degli ultimi anni. Nel manifatturiero il 35,5% delle aziende ha registrato un fatturato in crescita e il 66,9% ha chiuso in utile; nei servizi il fatturato è aumentato per il 47,1% delle imprese e il 70,6% ha registrato un bilancio in utile. «I consuntivi 2025 confermano nel complesso la tenuta del sistema economico provinciale, sia nella manifattura sia nei servizi, ma il dato sugli investimenti invita a mantenere alta l'attenzione perché è centrale per misurare e rilanciare la competitività futura delle imprese», ha aggiunto Angaramo.
A chiudere gli interventi è stato il vicepresidente di Confindustria Cuneo Bartolomeo Salomone, con un focus sui mercati finanziari e sulle commodities, tema che nell'indagine emerge trasversalmente come uno dei principali fattori di preoccupazione per le imprese, alla luce dell'attesa crescita dei costi energetici, logistici e delle materie prime.
«L'attuale quadro internazionale rende estremamente difficile per le imprese pianificare e programmare, perché i mercati finanziari sono attraversati da una volatilità molto elevata, alimentata dall'incertezza geopolitica, dal rischio di nuove spinte inflazionistiche e dalla possibilità di un ritorno a politiche monetarie più restrittive – ha spiegato Salomone –. In questo contesto, la preoccupazione principale è che la fragilità dei mercati possa favorire tensioni speculative e riportare in superficie criticità sistemiche legate al debito pubblico e privato; allo stesso tempo, però, ci sono ancora margini per evitare uno scenario di crisi conclamata, perché alcuni indicatori di rischio finanziario non hanno ancora segnalato una vera deflagrazione.»
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