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Mindhunter, guardando nell'abisso

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I serial killer sono, probabilmente, antichi quanto la storia. Un uccisore seriale era Gilles de Rais, maresciallo di Francia e compagno d'armi di Joan d'Arc nella Guerra dei Cent'Anni; o Elisabeth Bathory circa un secolo dopo, per non parlare di una figura notissima anche oggi quale il temibile Jack The Ripper. Tuttavia, la consapevolezza dello specifico di questi assassini seriali nasce molto, molto più tardi. In "Mindhunter", serie prodotta da David Fincher (regista di notevoli film sul tema, come Seven o Zodiac, che tratta di una figura reale) seguiamo le gesta del giovane agente FBI Holden Ford, zelante, ambizioso, tormentato, che assieme a pochi collaboratori raccolti nel tempo inizia una osteggiata ricerca all'interno del Bureau per usare la profilazione psicologica per sventare i crimini. Siamo nel 1977, un passato molto prossimo, ma l'FBI accoglie ancora con molto scetticismo questi metodi d'indagine, benché il problema di questa violenza insensata sia ormai all'ordine del giorno (sullo sfondo della storia spicca la figura più famigerata, quel Charles Manson da poco scomparso che vediamo nella diapositiva della foto di copertina). Holden cerca di utilizzare la psicologia per comprendere questi fenomeni, da Freud ai comportamentisti, non mancando nemmeno una citazione del nostro torinese Lombroso, padre dell'antropologia criminale moderna.

Fino a che Holden incontra, nelle sue indagini, Ed Kemper, il primo serial killer catturato dopo che egli stesso si consegna alle forze dell'ordine, spontaneamente, per il piacere di vedere riconosciuti i propri delitti. "Ci saranno una trentina di persone come me attive in questo momento, in America" afferma beffardo Kemper all'incredulo Holden e al suo collega: ma i suoi calcoli non sono distanti dal vero. Kemper è una figura storica: e anche Holden Ford, pur romanzato, riflette l'autore del libro originario a cui è ispirata la serie, l'ex agente FBI John E. Douglas. Douglas, del resto, era apparso come personaggio già nelle principali fiction dedicate ai serial killer, ma in modo apertamente romanzato: la sua figura appare sullo sfondo della serie di Hannibal Lecter di Thomas Harris (e ovviamente nei film e nella sua ripresa televisiva) come Jack Crawford; anche "Criminal Minds" (2005) è dichiaratamente ispirata a lui. Questa è però la serie più vicina al resoconto in prima persona di Douglas stesso. Regia elegante, tempi narrativi rallentati, attenzione al dettaglio confezionano un prodotto indubbiamente affascinante per gli amanti della detective story che vira al noir. Una testimonianza certamente romanzata e parziale, ma di grande interesse sulla lotta tra il Bene e il Male che ha più sedotto l'immaginario giallistico moderno: quella tra il Serial Killer e il suo implacabile cacciatore, costretto a guardare in faccia l'abisso per riuscire a fermarlo. E, ovviamente, come afferma Nietzche, "quando guardi dentro l'abisso, l'abisso guarda dentro di te".

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