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28 Febbraio 2026 - 09:16
Elaborazione artistica da "Hyperion", da Wikipedia
Recentemente è scomparso, il 21 febbraio, lo scrittore di fantascienza americano Dan Simmons, molto noto nella cerchia degli appassionati per la grandiosa saga di Hyperion, una tetralogia sviluppata dal 1989 al 1997 che è, probabilmente, l'ultima grande saga condivisa della fantascienza letteraria, erede della tradizione di grandi cicli futuri come la Fondazione di Asimov o il Dune di Herbert.

Sono gli anni in cui si impone il cyberpunk, che è ormai l'estetica dominante della science fiction: quella di Hyperion appare l'ultima grande narrazione di una fantascienza che riesce ad essere, al tempo stesso, “classica” (i grandi imperi spaziali attraversati da conflitti cosmici) ma anche innovativa nel declinare i temi più recenti (il ruolo inquietante delle AI del Tecnonucleo, al centro della narrazione, i cyborg, i portali dimensionali). Inoltre, Simmons viene visto come un “nobilitatore” della fantascienza per la sua capacità di usare in modo appropriato e originale i rimandi e i collegamenti con la grande letteratura tradizionale. Se Arthur C. Clarke e Kubrick, in “2001. Odissea nello spazio” (1968) riprendevano Omero e Dante, Simmons riparte da Boccaccio mediato da Chaucher per quello che è stato definito un “Decameron spaziale” (il titolo dell'opera viene da una poesia di Keats, altrettanto citato nella storia, ma indubbiamente richiama anche la raccolta). Come nei Canterbury Tales, sette pellegrini del futuro si recano sul pianeta Hyperior; ma come nella Firenze del 1348, su di loro incombe una distruzione cosmica: non la peste nera, ma una guerra devastante. La struttura narrativa segue poi le vicende dei vari pellegrini, ognuno dei quali corrisponde a una professione futuribile, come in Chaucher, e anche a un diverso sottogenere della SF. Appare affascinante pensare che nell'ideare questo grande ciclo SF Simmons sia stato influenzato anche da una delle più importanti novelle del Decameron: quella di Griselda di Saluzzo, che chiude la raccolta, e che venne amata e tradotta in latino da Petrarca e venne letta da Chaucher (o addirittura per alcuni ascoltata dal Petrarca stesso nel 1373) che ne trasse ispirazione. Simmons riprende l'idea, presente nella novella e in Chaucher, dell'esaltazione della devozione assoluta fino a una sorta di martirio, anche se la sviluppa in un modo totalmente autonomo e diverso. Con la scomparsa di Simmons se ne va forse l'ultimo grande della fantascienza classica: ma i suoi universi continueranno a vivere nell'immaginazione dei lettori, come tutte le grandi storie.
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