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Dopo il disincanto: riaprire sentieri di senso nell’età dell’IA: filosofia e cultura oltre il postmoderno

Il saggista bergamasco Sottocornola torna con un nuovo lavoro in cui affronta vari questioni filosofiche legate alla contemporaneità.

Un nuovo saggio di Claudio Sottocornola sul postmoderno

Quella voglia di vivere che non c'è più” è il titolo, un po' melanconico (ma tratto da “Liberi liberi” di Vasco Rossi), della nuova raccolta di saggi di Claudio Sottocornola, pubblicato per le edizioni Oltre in febbraio 2026, nella collana “pensieri”.

Il sottotitolo è “Emergere dal disincanto postmoderno” e offre alcune riflessioni, appunto, sull'attuale società e cultura contemporanea che vive all'interno di questa crisi. Sottocornola (Bergamo, 1959), docente di storia e filosofia nei licei ora in pensione, si occupa da sempre di questi temi, all'incrocio tra la crisi del sacro in Occidente e l'emergere della popular culture. L'opera di divide in due parti, “Questioni” e “Quesiti”, la prima inerente a grandi temi della nostra contemporeneità, la seconda, strutturata su domande dilemmatiche tra due campi, ad esempio “Mito o realtà?”, “Solitudine o moltitudine?”; affrontando, in linea di massima, temi più generali. Tra le questioni di affascinante attualità affrontate dall'autore vi è “Gloria e degrado del corpo postmoderno”, dove analizza l'ambiguo status del corpo nella cultura odierna, da un lato esaltato ma dall'altro reificato.

In modo analogo, si esplorano le sfide poste dal Transumanesimo, dottrina da tempo esistente che vede l'avvicinarsi di una singolarità tecnologica verso l'Intelligenza Artificiale – preconizzata, e ora in atto – come un momento di trasformazione dell'umano, anche corporeo (con l'etica e l'estetica del cyborg). Similmente, si ragiona appunto sulla IA e sui suoi limiti, e sulle sfide che pone all'autenticità umana. Tutte questioni trattate in modo scorrevole, in brevi saggi derivati da conferenze tenute dall'autore, con uno stile riflessivo che pone le questioni più che suggerire soluzioni definitive. Un tentativo di “riaprire sentieri di senso” percorribili, da inserirsi in una storia della cultura umana senza discontinuità, ma con uno sguardo a una visione utopica di stampo rinascimentale.

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