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In una stanza, l'infinito: dietro una canzone “semplice” il genio di Gino Paoli

Da Genova e dal jazz a "Il cielo in una stanza": la semplicità cesellata di Gino Paoli, tra giro armonico ipnotico e testo prosastico senza ritornello, che ha rivoluzionato la canzone italiana.

In una stanza, l'infinito: dietro una canzone “semplice” il genio di Gino Paoli

La stanza è piccola, ma il cielo ci stava tutto dentro. Come ha scritto Paolo Roggero nel suo articolo Gino Paoli è artista assai complesso e stratificato. Eppure il suo più grande successo ce lo descrive tutto, egregiamente. Per comprendere la sua scrittura bisogna partire dall’inizio: tornare alla Genova dei fratelli Reverberi, fucina di musicisti colti che sapevano suonare tutto, dal jazz alla classica, e che insegnarono a Paoli che una canzone non si improvvisa. Dal jazz Paoli assorbì l'idea che la complessità potesse voltare in semplicità. Quando nel 1960 uscì Il cielo in una stanza, nessuno si accorse che nella canzone italiana si stavano percorrendo nuove strade, e che non si sarebbe più tornati indietro.

A cominciare dal giro armonico: unico e sempre lo stesso, un tappeto che non cambia e su cui si muovono melodia, dinamica vocale e testo; una logica usata nel Jazz – e che in quel periodo sta esplodendo con Miles – con pochi accordi, ma infinite possibilità d‘i ’espressione. Ad un elemento inusuale, si decise poi di aggiungere un’ulteriore caratteristica particolare: l’assenza di un ritornello. Il brano sono una serie di strofe di lunghezza diversa in cui l’autore si lascia andare a un lungo monologo interiore, un lungo flusso continuo. L’ascoltatore viene così raccolto in un percorso e portato in profondità seguendo non il ritornello, ma le emozioni del racconto.

Paoli costruisce un crescendo melodico e dinamico all'interno delle strofe, che modula con la voce in partenza più delicata e gradualmente crescente, per poi perdersi “nell’immensità del cielo" e tornare alla quiete iniziale. La canzone è così un arco musical-emotivo in cui l’uso delle parole chiude il cerchio: il linguaggio libero, prosastico (non ci sono rime), scivola alla ricerca di armonie sonore tra le vocali, facendo uso della poesia (le anafore, con l’uso insistito di “me”, “te”, “cielo”) e figure retoriche, fino all’esplosione finale del racconto quando su canta "Suona un'armonica: / mi sembra un organo che vibra": sacro e profano, forma e sostanza, musica e parole vanno a braccetto in una trasfigurazione di simboli e suggestioni.

Paoli prende tutto questo e nasconde la complessità, la dissimula o la cela, affinché l’ascoltatore percepisca una canzone semplice, bella, orecchiabile, ma che in realtà entra sottopelle e si impone con tutta la complessità. Ci lascia così un’eredità importante: la semplicità non è mai ingenua, ma lavoro di cesello, conoscenza profonda di strumenti, capacità di dominare la complessità e di restituirla all'ascoltatore come qualcosa di immediato, di naturale, quasi inevitabile.

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