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17 Aprile 2026 - 16:08
Da poco, è giunta integralmente su Netflix una delle serie di fantascienza più interessanti degli ultimi anni, "The Man in The High Castle", adattamento del romanzo omonimo di Philip K. Dick (da noi tradotto come "La svastica sul sole"). Si tratta di un capolavoro del genere dell'Ucronia, che immagina una linea temporale alternativa. In questo caso, si sviluppa quello che è il tema per eccellenza del genere ucronico dagli anni '50 in poi: e se Hitler avesse vinto la guerra? Dick immagina un 1962 alternativo a quello in cui sta scrivendo, dove i nazisti sono arrivati per prima all'atomica e, grazie a questa, hanno trionfato nel conflitto nuclearizzando Washington.
Non è l'Europa (e la Germania) ad essere spartita tra blocco sovietico e occidentale, ma gli Stati Uniti, spartiti tra giapponesi e tedeschi. Esattamente come nella nostra linea temporale, le due superpotenze di questo mondo alternativo sono ora sulla soglia di un conflitto, che tutti sanno divamperà all'indomani della morte di Hitler, con una guerra civile tra i suoi spietati sottoposti.
In questo scenario soffocante, la resistenza americana si aggrappa a un'unica speranza: dei misteriosi rulli di pellicola (i "film") che mostrano una realtà diversa, un mondo dove gli Alleati hanno vinto la guerra. Questi film sembrano provenire da un fantomatico "Uomo nell'Alto Castello". Sono falsi storici, visioni di un futuro possibile o prove di realtà parallele? Nel romanzo originario, si trattava di un romanzo diffuso clandestinamente, ma ovviamente si è pensato di adeguare lo spunto a un medium visivo.
Se il romanzo di Dick si sofferma di più sui paradossi della percezione del reale, come tipico dell'autore, la serie tv - molto più ampia e quindi decompressa - è più corale e quindi con un focus sulle tensioni geopolitiche e sui dettagli di questo terrificante totalitarismo alternativo. L'inquietudine non passa su scene terribili, che restano in un passato "rimosso" da quasi tutti, ma sulla "banalità del male" descritta da Hannah Arendt proprio per parlare del nazismo. Un'America anni '50 in superficie idilliaca ma coi valori hitleriani è la cosa più sottilmente disturbante.
Ma come sarebbe una Mondovì e il cuneese di questo mondo alternativo in cui il nazifascismo ha vinto la guerra?
Ci vorrebbe la penna di Dick per immaginarlo, certo: ma possiamo ipotizzare che il nostro territorio, fulcro della Resistenza, avrebbe subito un intervento molto pesante da un eventuale nuovo regime, volto a cancellare ogni segno di opposizione. Dick ipotizza che in Italia rimanga un debole "Impero Fascista" fantoccio sotto Mussolini (con la caduta del Re traditore), con le vecchie colonie e qualche ampiamento mediterraneo dato per concessione dal Fuhrer.
Piazza Duccio Galimberti, luogo dove è stata avviata la Resistenza col celebre discorso dell'avvocato cuneese, sarebbe stata reintitolata probabilmente al malefico cancelliere tedesco come gesto di riparazione. Alba, benché magari alla fine risparmiata in un atto di "clemenza" postbellica, sarebbe stata comunque punita per i 23 giorni di repubblica partigiana e ridotta a cittadina di second'ordine puramente rurale. Il Museo della Deportazione di Borgo San Dalmazzo certamente esisterebbe, ma come esempio positivo, non monito negativo, e di certo si troverebbe una lapide nel comune di Cuneo che reciti "Lo avrai, camerata Kesserling..." ma non di Calamandrei, certamente, non "ad ignominia", e in cui invece si esalta il "pacificatore delle valli".
L'Esaltazione della romanità trionferebbe, certo, ma anche - in conciliazione con gli alleati germanici - quella degli elementi "celtici" e quindi "ariani" insiti nel Nord Italia. In questo, probabilmente, il cuneese sarebbe centrale con Bene Vagienna, dove si celebrerebbe con molti più fasto un parco storico nazionale totalmente falsato, esaltando nei Bagienni Romanizzati "gli Ariani di Augusto", la perfetta fusione di purezza razziale e devozione ai fasci littori di Roma (magari esaltando il Sole delle Alpi, in una inedita fusione rotatoria con la svastica). Il Re, probabilmente, potrebbe essere sepolto magari proprio nel Santuario di Vicoforte, con tutta la sua stirpe, lui sì però in un "monumento di infamia" per il suo distacco tardivo dal Regime. E chissà che il neopaganesimo voluto dalle SS come dottrina interna non si trovasse infine a trionfare: magari con una certa tolleranza per i "vecchi culti" cristiani, ma di sicuro qualche Tempio di Odino sorgerebbe in Germania e qui da noi. Forse la più iconica sostituzione sarebbe una torre del Belvedere nazificata, restaurata a un rosso fiammante dei mattoni gotici, e dove al posto dei quadranti circolari degli orologi, del resto decorazioni tardive ottocentesche, grandi cerchi segnati dal simbolo della svastica.
Sul piano nazionale, al posto della Resistenza indubbiamente ci sarebbe un mito celebrato delle formazioni nazifasciste, in particolare della X Mas; probabilmente qualche grande ruolo sarebbe assegnato a Valerio Junio Borghese come a chi si era distinto per spietatezza a fianco delle forze di occupazione naziste (forse, simbolicamente, la presidenza del Senato repubblicano, numero due dopo il Duce). Oggi invece avremmo qualcuno delle nuove generazioni, non più connesse all'epopea belliche, ma sempre in divisa d'orbace o, magari, direttamente in divisa nazista; ma, come in Dick, ormai normalizzati e moderatisi almeno in apparenza.
Una distopia terribile, insomma, che ci spinge a ringraziare ancor più il corso diverso avuto dalla storia in quegli anni fatali.
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