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14 Aprile 2026 - 08:10
Il 30 marzo 2026 sono trascorsi dieci anni dalla scomparsa di Gianmaria Testa: è come sempre la vertigine del tempo che trascorre, che appiattisce il passato in un orizzonte indefinito alle nostre spalle, in cui è difficile, sempre più difficile, orientarsi, discernere profili e contorni vicini e lontani.
Così sono già trascorsi dieci anni da quando il cantautore cuneese se n'è andato e, forse anche perché i suoi dischi nel frattempo non hanno mai smesso di girare sul piatto dei suoi ammiratori, forse anche perché la malinconia dell'assenza di concerti e occasioni per ascoltarlo dal vivo non si è mai allentata, è difficile accorgersi della quantità del tempo nel frattempo trascorso. Oltre alle canzoni, Gianmaria Testa ha lasciato al panorama della musica italiana e internazionale un percorso artistico e una storia decisamente originale e irripetibile.
In un mondo musicale dove si cerca di "arrivare" il prima possibile, magari rischiando di sbertucciarsi in qualche talent show, il silenzioso e quieto lavoro di Gianmaria, oltretutto da una terra che non è certo l'eldorado per chi cerca fortuna nella musica e nel mondo culturale in genere, rappresenta una lezione straordinaria e senza tempo. Fu l'esibizione all'Olympia a Parigi a stupire la scena italiana, la stampa e gli addetti ai lavori, sorpresi da un cantautore cuneese sconosciuto che aveva saputo riempire uno dei teatri più prestigiosi di Parigi. Il pubblico francese lo aveva adottato, dimostrando ancora una volta una sensibilità particolare per i vicini di casa piemontesi (e in effetti in Francia è molto popolare anche l'astigiano Paolo Conte).
Forse il suono del piemontese, forse lo stile confidenziale, autentico e sempre elegante, sicuramente le reciproche influenze. Eppure Gianmaria Testa, che peraltro di professione faceva ben altro (era un ferroviere, e molto di questo mestiere a ben vedere è entrato nella sua musica) ha messo a fuoco una sua poetica semplice e raffinata, fatta di osservazione quotidiana, di uno sguardo laterale e per certi versi infantile, come un bambino che immagina che i suoi giocattoli prendano vita e che si stupisce guardando le mongolfiere galleggiare nel cielo. Una poesia del quotidiano, che si può indovinare traesse molto spunto dall'osservazione dell'umanità dalle banchine dei treni. Dalle donne nelle stazioni, alla povertà degli ultimi. E poi, le storie di casa, del presente e del passato: da quella dei “Ritals”, a calabrotte e bacialè. Dalle suggestioni letterarie tratte da Jean Claude Izzo a quella Casa sulla collina sognata e invidiata come il simbolo di un benessere e di una felicità irraggiungibile. Forse una delle cifre più peculiari di Gianmaria era la capacità di saper coniugare il racconto sociale, senza sconti, con la leggerezza di un aeroplano a vela.
Saper cantare della disperazione di chi emigra “Dall’altra parte del mare” e allo stesso tempo il suo sogno d’amore consumato vicino a un falò, lungo la strada. Infine, costruire sogni morbidi e un po’ surreali, come ninne nanne universali per grandi e piccini, come la “Biancaluna” che rotola nel cielo e porterà fortuna, con un’atmosfera magica e allo stesso tempo così carezzevole da sembrare disegnata da Altan.
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