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18 Aprile 2026 - 12:25
È un fatto che dovrebbe indurre chiunque possieda un cervello funzionante a fermarsi e fissare il vuoto con una buona dose di terrore metafisico: la distanza temporale che separa l’ultima carica di cavalleria della Storia dalla prima carica vittoriosa di un’armata di robot è, in termini geologici, meno di un battito di ciglia. Parliamo di circa ottant’anni, la vita di un uomo.
Un bambino dei tardi anni '30 potrebbe aver fatto in tempo a sapere del 24 agosto 1942, quando presso Isbuscenskij, in Russia, il Reggimento "Savoia Cavalleria" caricò i sovietici con sciabole sguainate e cavalli al galoppo. Fu un anacronismo vivente, un frammento di Ottocento che si schiantava contro la modernità d’acciaio. Battaglie di questo tipo sono iconiche, nella seconda guerra mondiale, per mostrare come la storia era cambiata una volta per tutte con l'avvento del carro armato, ponendo fine ad una età della cavalleria che datava almeno dall'inizio della Storia, nel 3000 a.C..
Ottant'anni dopo il nostro fortunato uomo o donna ipotetico è anziano ma ancora lucido, e può assistere a una nuova evoluzione, che segna il drone come il carro armato del nuovo millennio. Sempre la Russia coinvolta nel conflitto, ma nelle pianure fangose dell’Ucraina odierna. La notizia — che i media riportano con quella piatta freddezza tipica dei bollettini di guerra divenuti noiosa routine quotidiana — è che una battaglia è stata vinta da un coordinamento autonomo di droni robot.
Colpisce la velocità con cui siamo passati dal biologico al post-biologico. In meno di un secolo, abbiamo rimosso il "corpo" dalla guerra. Abbiamo preso l’eroismo polveroso di Isbuscenskij — quel mix di fango e nobiltà sgangherata — e l’abbiamo ridotto a programmazione elettronica. Certo, questo uso dei droni in guerra, oltretutto, contraddice totalmente il monito delle Tre Leggi della Robotica, per cui l'impossibilità di un robot di danneggiare un umano avrebbe dovuto essere inscritta in modo fondamentale nei cervelli positronici, pena l'estinzione dell'umanità. Asimov non sarebbe fiero di noi. Ma non è detto che domani ci sarà un'umanità a cui ricordarlo.
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