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20 Aprile 2026 - 09:18
È difficile far capire a chi non è monregalese cosa rappresenta il castagno, per questo territorio. Mi spingo a dire, addirittura, che gli stessi monregalesi non sono del tutto consapevoli del peso della presenza di questo albero nell’identità collettiva di chi abita in questo angolo di Piemonte. A parte la presenza di estesissimi castagneti, che caratterizzano decisamente il panorama delle nostre vallate, escluso il discorso turistico-commerciale di un prodotto tipico del territorio che è spesso diventato il volano o il simbolo di un paese o degli eventi ad esso correlati, la raccolta e il consumo delle castagne è parte di un retroterra atavico, che risale nelle generazioni e che entra quasi inconsapevolmente in gesti, sapori, ritualità familiare, memorie condivise, luoghi del cuore. Ancora a pochi anni fa la raccolta delle castagne era un’integrazione naturale delle entrate finanziarie, o dell’alimentazione quotidiana, per tantissime famiglie valligiane, ciascuna con un pezzetto di bosco da curare. Un elemento che sta andando via via a perdersi. Anche per questo progettare il futuro della castanicoltura sui territori è un atto che ha una forza e un’importanza particolare. Per questo è nata, nel 2011 nell’alveo di Slow Food, “La comunità del cibo dei custodi dei Castagneti delle Alpi Liguri.

Il lascito di oltre un secolo di Castanicoltura è raccolto nel volume “Di monti, castagne e uomini – Il Comizio agrario di Mondovì, ed altri enti, nella cura e promozione dei castagneti tra XIX e XX secolo” firmato da Attilio Ianniello, direttore del Comizio monregalese. Il volume ripercorre con dovizia di documentazione e taglio scientifico l’importanza della “Civiltà del castagno” per le Valli monregalesi, a cominciare dal 1871, dalla relazione richiesta dal ministero dell’agricoltura relativa allo stato dell’arte nei diversi circondari. Il Comizio agrario di Mondovì si muove e dalla propria analisi risulta un maggiore spazio dei castagneti rispetto a quello occupato negli altri circondari della provincia di Cuneo. La vita dei montanari, in quella fase, è estremamente dura, misera. Fin dall’inizio una delle prime mission del Comizio Agrario sul territorio fu favorire l’istruzione di lavoratori e la loro crescita anche dal punto di vista professionale, insegnando tecniche più avanzate in grado di rendere più efficaci le raccolte. La trattazione di Ianniello dà conto anche del conflitto che si sviluppa tra le esigenze della castanicoltura e la fame di legname delle industrie, ripercorre la ricerca e la lotta nei confronti di malattie e l’esodo che dal secondo dopoguerra comincia ad affliggere l’attività della montagna con una crisi della cura dei castagneti e dà conto delle iniziative effettuate per tutelare biodiversità e valorizzarne la cura, tra cui la nascita del centro di castanicoltura al Gambarello a Chiusa di Pesio. Il saggio dedica un focus particolare alla Valle Mongia, poi si conclude con una serie di testimonianze dirette di uomini e donne che hanno vissuto di castanicoltura. Il libro, infine, si avvale di diversi contributi esterni: da Ettore e Marco Bozzolo, che firmano rispettivamente prefazione e postfazione, al linguista Nicola Duberti, che propone un approfondimento linguistico sul castagno. Ulteriori due postfazioni sono firmate da Andrea Battaglia, presidente della Ledoga Srl di San Michele e Maria Gabriella Mellano, ricercatrice dell’Università di Torino, Dipartimento di scienze agricole forestali e alimentari.
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