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8 ore per scattare una foto. 24 foto per un secondo di film.

Due secoli fa la prima fotografia: un'invenzione che ha segnato la nostra epoca.

8 ore per scattare una foto. 24 foto per un secondo di film.
"24.000 pensieri al secondo fluiscono inarrestabili..." così cantava Giovanni Lindo Ferretti in "Forma e sostanza", e possiamo solo supporre da dove abbia preso quel numero il leader allora dei C.S.I. Forse perchè stava semplicemente bene in metrica, oppure ha voluto, per iperbole, moltiplicare per mille i singoli fotogrammi presenti in un secondo di pellicola cinematografica: 24. Siamo a due secoli esatti dal primo scatto fotografico documentato: scatto è forse un termine inappropriato, in quanto la prima fotografia realizzata da Joseph Nièpce ha richiesto un tempo di esposizione di circa 8 ore. È il 9 febbraio del 1826, anche se l'attribuzione è incerta (alcuni sostengono si trattasse del 1827) quando il ricercatore francese, con una camera oscura su foglio di peltro ricoperto di bitume di Giudea, riuscì a fissare un'immagine, un eliografia per essere più tecnici, con raffigurata la "Vista dalla finestra a Le Gras". Il panorama sfocato che si vede è ufficialmente la prima fotografia della storia. Nièpce non poteva prevedere che la sua invenzione avrebbe rivoluzionato il modo di guardare il mondo così come lo osserviamo oggi. Rendendolo in qualche modo tascabile, con i quattro angoli delle estreme latitudini racchiusi in uno spazio che non supera il formato di un libro. Dove volti e paesaggi di ogni epoca si sfogliano, e che oggi invece, possiamo scorrere sugli schermi dei cellulari, ovunque ci troviamo. Donando una forma visibile e imperitura ai ricordi: trattenendo in eterno quell'istante delle nostre vite, immortalato nel fotogramma. Nièpce non sapeva che avrebbe rivoluzionato l'arte, pungolando i pittori a una ricerca di qualcosa di nuovo che si differenziasse dalla raffigurazione del reale; e non sapeva che la sua invenzione avrebbe dato vita a una macchina diabolica che non solo riproduceva alla perfezione le cose e le persone, ma le faceva addirittura muovere. Ma è solo un'illusione. Fotografia e cinema sono congiunti stretti, come madre e figlio, mentre i primi cineasti indossano le vesti di moderni stregoni, che spaventano la gente facendole credere che un treno gli stia arrivando addosso, o che con un cannone si possa scagliare un razzo che arrivi ad accecare la luna in un occhio. Capaci di scavare nella profondità del non trapelato, dando forma all'inconscio e catturando i sentimenti. Il cinema prenderà gradualmente la sua strada mentre la fotografia prosegue la sua naturale evoluzione: le camere oscure diventano macchine che possiamo tenere in mano, sempre più precise e sempre più potenti. In grado di ingigantire un batterio e rimpicciolire una galassia, e, in questo modo, per via della distanza che impiega la luce, raggirare alcune leggi della fisica, mostrarci adesso quello che non esiste già più. Una piccola magia, un po' come quei filtri speciali che spergiuravano di immortalare persino i fantasmi. Fantasie da occultisti. La fotografia non è più rara e preziosa come un tempo, come la pellicola che lascia a bocca aperta il piccolo Totò di "Nuovo cinema paradiso": possiamo scattare talmente tante foto con le macchine digitali, che con un ritmo di 24 a botta, potremmo farci i nostri film da soli volendo. E ora, con l' A.I. non serve nemmeno una fotografia per avere una fotografia. Dire che è meno romantico è scontato. E a dire il vero c'era ben poco di romantico persino nell'invenzione di Nièpce di duecento anni fa, che riproduceva fedelmente quello che si poteva già osservare coi propri occhi: senza la fantasia del racconto o il colore dei pittori. Forse è stata solamente la mente umana ad avergli dato quell'aura romantica, rendendo un'innovazione tecnologica pratica, una forma d'arte. 
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