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27 Novembre 2025 - 17:47
Immagine a scopo didascalico generata con il supporto dell'AI
Una violenza sessuale efferata perché condotta su una persona che non aveva mezzi per difendersi: recluso in cella, disabile e non autosufficiente. Il presunto responsabile di quanto accaduto a un detenuto 61enne italiano del carcere di Cerialdo è il compagno di cella, condannato per reati legati alla droga.
Doveva essere il suo “custode”, aiutarlo nelle attività quotidiane che per lui, ristretto da molti anni e con alle spalle pene per truffa e lesioni personali, erano impossibili da svolgere da solo. Invece, secondo la denuncia, avrebbe abusato di lui arrivando a minacciarlo. Su quanto accaduto ai primi di novembre nella casa circondariale di Cuneo la Procura conferma l’esistenza di un’indagine.
I due detenuti si trovavano nel padiglione Gesso, in una sezione dove è adottata la cosiddetta sorveglianza dinamica: dalle ore 9 fino alle 19 i reclusi a bassa e media sicurezza possono circolare all’interno della sezione. A sorvegliarli c’è un solo agente che si divide su tre piani, ciascuno dei quali ha 17 celle. Dopo le 19, però, c’è l’obbligo di fare rientro nelle rispettive stanze dove si rimane rinchiusi per tutto l’orario notturno. Qui, nella solitudine della cella che la vittima e l’aggressore condividevano da poco tempo, si sarebbero consumate le violenze poi refertate in ospedale.
Dopo aver trovato il coraggio di denunciare, il 61enne è stato visitato e poi riportato in carcere, in un reparto protetto. Anche l’indagato è ora in isolamento.
A intervenire è l’Osapp, il sindacato autonomo della polizia penitenziaria, che definisce quanto avvenuto «l’ennesima sconfitta dello Stato», una disfatta che, secondo il sindacato, grava su un corpo di agenti «inerme e bistrattato», costretto a operare in condizioni estreme.

Il segretario generale, Leo Beneduci, tratteggia un quadro che a suo giudizio non è più sostenibile: «Le condizioni del personale penitenziario sono tra le più disastrose in ambito nazionale, tra sovraffollamento, carenza di addetti, disorganizzazione e periodiche assenze dei vertici dalla struttura per incarichi esterni di dubbia utilità».
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