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Margherita, che è riuscita a volare

La storia di una donna che è riuscita a denunciare il marito violento

Margherita, che è riuscita a volare

Sembrava l’uomo dei sogni, ma si è trasformato in un bruto. Forse, purtroppo, è una storia come tante, di amore sbagliato, dolore e violenza, quella che racconta Margherita. Ma il finale dispiega anche il riscatto che fa bene al cuore e insegna la solidarietà vincente.

«Sembrava l'uomo perfetto»

Margherita ricorda gli esordi di una passione: «Quel ragazzo, Roberto, mi pareva diverso, dolce, gentile, presente. Mi telefonava a ogni ora del giorno. S’interessava a me, al mio lavoro, ai miei gusti, ai miei familiari. Mi pareva il fidanzato perfetto. Uscivamo per fare scorribande in auto, spese, andare al cinema, fare l’amore. Ne ero innamorata pazza. Avevo vent’anni e una grande speranza: essere amata come nessuna mai».

Tutto pareva filare liscio. I due ragazzi decidono di vivere insieme. «Ci sposammo dopo un anno, anche se ero giovane. Lui mi pareva perfetto: aveva dieci anni più di me e un fare protettivo che mi metteva il cuore al sicuro. Il giorno del matrimonio fu radioso, pieno di allegria contagiosa, tra amici e parenti. Io mi sentivo volare in alto, su una nuvola bianca, avvolta di felicità. Lui era la spalla possente su cui poggiare la vita», ricorda la donna.

Poi le cose cambiarono

Ma le cose iniziano a cambiare presto. Racconta Margherita: «Al ritorno dal viaggio di nozze, le parole cominciarono a prendere una piega amara. Senza ragione lui mi redarguiva: “sbadata”, “incosciente”, “spendacciona”, “non sai che cosa fai”, “non capisci nulla”… No, non capivo affatto il mutamento. Cercavo di non sentire, di lasciare correre per farlo contento. Mi colpevolizzavo anche. Aveva qualche ragione, pensavo. Non potevo lasciarmi sfuggire così in fretta la felicità. Intanto, il mio mondo si ritirava sempre di più. Per Roberto era inutile frequentare amici, conoscenti, parenti perfino. Le amiche erano tutte “invidiose e incapaci”, mia madre “una buona a nulla”, mio padre “uno stupido”. Entro l’anno ci trasferimmo in un altra città».

Come andò in un ambiente diverso? «Male! - si rammarica Margherita -. Il mio lavoro andò in fumo, quando scoprii di essere incinta. “Non è possibile occuparsi di tutto e del bambino, licenziati”, intimò mio marito. Accondiscesi, pensando che avrei potuto riprendere più avanti. Era illusione. Quando nacque Andrea, un piccolo vivace e grassottello che mi faceva tenerezza, mi trovai in casa per tutta la giornata, senza un aiuto e ormai priva di amicizie e legami parentali. Non potevo nemmeno andare a fare la spesa. Pensava Roberto a tutto. Facevo la sguattera. Solo Andrea era un raggio di sole per me. Mi sentivo sempre più sola, senza il minimo slancio, incapace di capire quanto stava avvenendo, nonostante il mio bimbo mi sorridesse».

«Poi passò alle mani...»

A questo punto, come quasi sempre nelle storie di violenza, si registra il salto di qualità. Ricorda la donna: «Fu a quel punto che le parole si trasformarono in insulti più pesanti e poi in percosse. Avevo sbagliato a fare le pulizie, il tavolo da pranzo era preparato male, i vetri erano sporchi, la pasta scotta. Meritavo una lezione. Me ne sarei ricordata! Nemmeno reagivo alle botte. Stavo zitta, sperando che finissero. Ero precipitata in una spirale dalla quale non riuscivo a emergere. Volevo solo che il piccolo Andrea non vedesse e non sentisse, che non si accorgesse che suo padre era diventato il mio aguzzino. Ogni sera, al suo ritorno, erano insulti, botte e violenze, anche sessuali. Strisciavo, non avevo più reazioni. Ero incapace anche di gridare il dolore».

Come ne si venuta fuori?

Come ne sei venuta fuori, Margherita? «Mi ha salvato la mia vicina di casa. Aveva capito tutto, poco a poco, senza bisogno che chiedessi aiuto. Per me, quasi senza conoscermi, era andata in un centro contro la violenza domestica a raccontare i suoi dubbi. Per fortuna sono intervenuti! Ne sono uscita con il corpo e lo spirito ammaccati, grazie a persone meravigliose, che mi sono state accanto per anni. Ora vivo del mio lavoro con Andrea e sono serena. Lui è in carcere. L’ho denunciato quando ho capito che ero una vittima. Quella che lui aveva puntato per prendersela. Ma tu, che leggi questa storia, se hai bisogno, non fare come me. Chiedi assistenza. Non sei la sola a subire vessazioni tra le pareti di casa».

PER CHI HA BISOGNO DI AIUTO
Centro antiviolenza di Mondovì: telefonare al 333.3756238 Disponibile tutti i giorni, 24 ore al giorno

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