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25 Febbraio 2026 - 14:19
Si è spento circondato dall’affetto dei suoi cari, all’età di 100 anni Oreste Arnello “Leoncino”, uno degli ultimi partigiani cairesi.
Nato a Rocchetta Cairo il 16 gennaio 1926, aveva recentemente celebrato il traguardo del secolo di vita insieme ai familiari e ai tanti amici.
Fu tra i primi che si trovarono a Monte Aprico nella primavera del 1944 quando si formò il primo nucleo di resistenti a Rocchetta Cairo che poi confluì nella Divisione Fumagalli della Brigata Savona.
La sua storia, una vera e propria memoria collettiva, è stata raccontata nel libro «Partigiano Leoncino» di Bruno Chiarlone e Beppe Sabatini e nella video-intervista realizzata da Lab Buster Keaton nel 2015.
«Il mio nome è Oreste Arnello, conosciuto da tutti come Cirillo, nome che mi fu appioppato dalla mia maestra nelle scuole elementari che mi paragonò per il mio carattere ribelle, ad un carrettiere di allora, insofferente come me ad ogni imposizione. Quando scoppiò la guerra ero un ragazzino di quattordici anni, da poco ero stato assunto in Ferrania come apprendista ed ero stato assegnato all’officina. Potei così assistere all’interno della fabbrica alle manifestazioni organizzate dall’azienda per festeggiare l’entrata nel conflitto dell’Italia. Per me, allora, il fascismo era l’Italia e tutti gli italiani erano fascisti. Dell’antifascismo, invece, sapevo ben poco, a parte qualche mezza parola sussurrata da mio padre e mia madre, per non farsi sentire da noi ragazzi, a proposito di qualche persona conosciuta di cui si diceva in giro di essere socialista… Altra parola che per me non significava nulla - così racconta Oreste nelle pagine di «Partigiano Leoncino» -. Passarono gli anni e arrivò il giugno 1944: un tema di discussione era il bando del maresciallo Graziani che chiamava alle armi nelle fila dell’esercito della Repubblica Sociale alcune classi e tra non molto sarebbe toccato alla mia. Allora avevo diciotto anni e presto avrei dovuto rispondere al bando o darmi alla macchia come avevano già fatto molti giovani in altre zone della Valle Bormida. Entrambe non erano senza rischi, arruolandomi sarei stato mandato a combattere gli Alleati, salendo in montagna avrei invece dovuto combattere tedeschi e fascisti. (...) Vincendo il timore che qualcuno potesse fare la spia, tra noi amici, discutemmo molto su quale decisione prendere e finalmente, in quattro arrivammo ad una conclusione. Convinti che non c’era tempo da perdere in discussioni, una sera, dopo aver preso quel poco che pensavamo potesse servirci nella vita all’aperto, lasciammo le nostre case e ci rifugiammo al di là della Bormida, nella zona di Montebrì e precisamente in quella località chiamata Vadermo.
Così iniziò la sua storia da Partigiano tra fucili senza munizioni, rastrellamenti, appostamenti, notti all’addiaccio, ritirate ed agguati scampati, sempre contraddistinta da un fortissimo spirito di gruppo convinti che stessero combattendo per l’unica causa giusta: la libertà. «Sono orgoglioso di quello che ho fatto, non mi sono mai rifiutato, né tirato indietro dall’eseguire un ordine perché sapevo che era giusto farlo».
«Un esempio per tutta la nostra comunità di dedizione, costanza, amore per la vita e rispetto per il prossimo cui tutti noi dobbiamo ispirarci» così lo ha salutato il sindaco Paolo Labertini.
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