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Il lavoro domestico in Piemonte genera 1,289 miliardi di valore, lo 0,9% del PIL

66 mila famiglie datrici e 609 milioni spesi per colf e badanti. Ma resta l’ombra del sommerso

Il lavoro domestico in Piemonte genera 1,289 miliardi di valore, lo 0,9% del PIL

In Piemonte il lavoro di cura non è più soltanto una questione familiare o privata: è una vera infrastruttura sociale ed economica che sostiene migliaia di nuclei, anziani non autosufficienti e persone fragili. I numeri del 7° Rapporto Annuale sul Lavoro Domestico raccontano una realtà solida ma complessa: 66.456 famiglie piemontesi risultano datrici di lavoro domestico, pari al 7,4% del totale nazionale. Un dato importante, anche se in flessione rispetto al triennio precedente (-15,7% tra 2021 e 2024), segno di un settore che cambia e si riorganizza.

 

Una spesa che pesa, ma regge il sistema

 

Nel 2024 le famiglie piemontesi hanno investito 609 milioni di euro nella componente regolare del lavoro domestico, cioè stipendi, contributi e TFR. Una cifra che rappresenta il 7,9% della spesa nazionale per colf e badanti regolarmente assunte.
Non si tratta solo di un costo: è un investimento sociale diffuso, una forma di welfare privato che integra – e spesso sostituisce – servizi pubblici non sempre sufficienti a rispondere all’invecchiamento della popolazione.

Il dato assume ancora più rilievo se inserito nel quadro complessivo: in Italia il lavoro domestico genera 13,4 miliardi di spesa diretta delle famiglie e produce 17,1 miliardi di PIL, con un effetto moltiplicatore che tocca diversi settori, dall’assistenza sanitaria indiretta ai servizi collegati. In questo contesto il Piemonte contribuisce con 1,289 miliardi di euro di valore, pari allo 0,9% del PIL regionale. Una percentuale che può sembrare piccola, ma che in termini assoluti equivale al fatturato di un grande comparto industriale.

 

Il paradosso del sommerso

 

Accanto ai numeri ufficiali emerge però una criticità strutturale: il tasso di irregolarità nazionale del 48,8%, il più alto tra tutti i settori lavorativi. Significa che quasi un rapporto su due sfugge a contratti e contribuzione.
Il lavoro domestico vive così un paradosso: è indispensabile ma spesso invisibile, centrale ma non pienamente riconosciuto. Il sommerso penalizza i lavoratori – privati di tutele e diritti – ma anche le famiglie, che rinunciano a strumenti di garanzia, e lo Stato, che perde entrate fiscali e contributive.

 

 

Il quadro nazionale: un pilastro nascosto del welfare

 

A livello italiano il lavoro domestico coinvolge centinaia di migliaia di lavoratori e oltre un milione di famiglie, rappresentando uno dei comparti più estesi ma meno visibili del mercato del lavoro. La spesa diretta supera i 13 miliardi di euro l’anno, con un impatto economico che si traduce in 17 miliardi di valore prodotto.
Si tratta di un settore fortemente legato ai cambiamenti demografici: l’aumento dell’aspettativa di vita e la crescita delle persone sole stanno trasformando colf e badanti in figure sempre più indispensabili. Nonostante ciò, l’elevata incidenza di rapporti irregolari e la frammentazione normativa rendono il comparto fragile. Il lavoro domestico, di fatto, è oggi uno dei principali ammortizzatori sociali informali del Paese, capace di sostenere famiglie e servizi pubblici senza essere ancora pienamente riconosciuto come infrastruttura strategica.

 

Un risparmio silenzioso per lo Stato

 

Proprio questo settore rappresenta uno dei più grandi ammortizzatori sociali informali del Paese. Le stime indicano che l’assistenza domiciliare privata evita allo Stato costi enormi legati all’istituzionalizzazione degli anziani e delle persone non autosufficienti. Nel 2024 il risparmio pubblico stimato supera i 6 miliardi di euro a livello nazionale.
In altre parole, senza il lavoro di colf e badanti, molte famiglie si troverebbero costrette a ricorrere a strutture residenziali o servizi sanitari ben più onerosi per la collettività.

 

Piemonte, regione che invecchia e si riorganizza

 

Il contesto demografico piemontese rende il fenomeno ancora più significativo. L’aumento dell’età media e la crescita delle persone sole o non autosufficienti stanno trasformando il lavoro domestico in un servizio strutturale, non più episodico.
Le famiglie si trovano a dover conciliare impegni lavorativi e assistenza continua, affidandosi sempre più spesso a figure professionali esterne. Questo spiega perché, nonostante il calo dei datori registrati, la spesa complessiva resti elevata: meno rapporti, ma più intensi e duraturi.

 

 

La sfida del futuro: regolarizzare e valorizzare

 

Il Rapporto evidenzia una necessità chiara: favorire l’emersione del lavoro irregolare e riconoscere pienamente il valore economico e sociale del settore. Incentivi fiscali, semplificazione burocratica e strumenti di sostegno potrebbero trasformare un comparto fragile in una colonna stabile del welfare nazionale.
Per il Piemonte, che già oggi muove oltre un miliardo di euro di valore nel lavoro domestico, la sfida è doppia: tutelare i lavoratori e sostenere le famiglie, evitando che il peso dell’assistenza ricada esclusivamente sulle spalle dei privati.

Il quadro che emerge è quello di un sistema che funziona, ma cammina su un equilibrio delicato. Il lavoro domestico non è più solo “aiuto in casa”: è economia, welfare e coesione sociale. E, soprattutto, è uno dei pilastri silenziosi su cui si regge la quotidianità di migliaia di famiglie piemontesi.

 

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