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26 Febbraio 2026 - 11:09
Daniel Ojeda ha conseguito una laurea in biologia in Spagna. Attualmente è iscritto a un Master in “Biosphere Reserves Management” presso l'Università per lo Sviluppo Sostenibile di Eberswalde
Tra gennaio e febbraio il ricercatore spagnolo Daniel Ojeda, 41 anni, biologo e studente del Master in “Biosphere Reserves Management” presso l’Università per lo Sviluppo Sostenibile di Eberswalde, in Germania, ha svolto un periodo di analisi sul campo nelle valli del Monviso nell’ambito del suo progetto “Time to Ascent Monviso”, una ricerca che si concentra su come il cambiamento climatico stia trasformando l’alpinismo sul Monviso sia in termini di condizioni di fruibilità delle vie alpinistiche sia nel modo in cui i frequentatori della montagna stanno adattando le proprie attività. Il Monviso e il suo Parco rappresentano un caso di studio di particolare rilievo: è la montagna al centro della Riserva della Biosfera Monviso posta alla quota più elevata d’Europa e rappresenta quindi un contesto ideale per analizzare gli effetti del riscaldamento globale in ambiente di alta montagna.

Durante la permanenza sul territorio, il ricercatore ha condotto interviste a persone che vivono o lavorano in montagna e che conoscono in modo diretto l’evoluzione del territorio montano: sono stati coinvolti alpinisti esperti, guide alpine, istruttori del CAI, autori di pubblicazioni dedicate al Monviso e gestori di rifugi alpini. A queste testimonianze si è affiancato un questionario online rivolto a un gruppo più ampio di escursionisti e alpinisti. Parallelamente alle testimonianze dirette, Ojeda ha studiato le pubblicazioni dedicate all’alpinismo sul Monviso edite a partire dagli anni Ottanta del Novecento, per ottenere dati sullo stato delle vie alpinistiche nel tempo. L’attenzione dello studio è stata rivolta in particolare alla cosiddetta “sostituzione temporale”, cioè allo spostamento delle attività in montagna verso periodi dell’anno più precoci o più tardivi per ridurre i rischi legati all’innalzamento delle temperature, al ritiro dei ghiacciai e al degrado del permafrost. Una strategia che è già stata analizzata in altre zone dell’arco alpino, ma che sul Monviso risulta ancora poco esplorata in termini di vantaggi e di limiti.
Al momento i dati raccolti da Ojeda sono ancora in fase di rielaborazione, attività che durerà fino al prossimo mese di maggio: dalle testimonianze raccolte è già possibile però estrapolare chiaramente qualche spunto. La riduzione del manto nevoso, il ritiro dei ghiacciai, l’alterazione dei regimi pluviometrici con il verificarsi di fenomeni particolarmente intensi, l’aumento delle temperature e il degrado del permafrost con la crescente instabilità della roccia che deriva da questi fattori sono elementi che modificano in modo significativo le condizioni delle vie classiche, in particolare quelle su ghiaccio e neve. Alcuni itinerari risultano oggi più pericolosi che in passato, anche per via di una maggiore frequenza di caduta massi, e praticabili in finestre temporali molto più ristrette. Inoltre, si nota anche un cambiamento nel profilo dei frequentatori, con una crescita degli escursionisti alla ricerca di esperienze accessibili e un calo degli alpinisti “delle grandi imprese” tipiche degli anni dai Sessanta agli Ottanta del secolo scorso. Cresce anche l’interesse per l’arrampicata sportiva, percepita come meno esposta ai rischi oggettivi dell’alta quota. Sotto il profilo della gestione dei rifugi alpini, il mutamento climatico genera criticità legate alla carenza d’acqua, sempre più scarsa verso la fine della stagione estiva, e alla produzione di energia in un contesto di affluenza in crescita, specialmente per quanto riguarda i servizi, meno facilmente programmabili, di ristorazione.

La ricerca non ha solo finalità accademiche, anzi è centrale un forte orientamento applicativo. L’obiettivo è elaborare raccomandazioni utili per una gestione della montagna più vicina alle sue mutate condizioni, sia all’interno della Riserva della Biosfera del Monviso che più in generale. I cambiamenti stagionali nelle attività possono incidere sulla manutenzione dei sentieri, sulla comunicazione dei rischi, sull’organizzazione dei soccorsi e sulla pianificazione dei servizi: analizzare la situazione con un approccio basato sul metodo scientifico può fornire elementi utili per rimodellare attivamente il futuro dell’alpinismo e delle altre attività in montagna sotto il profilo turistico e sportivo.
Il progetto, che si completa con un’indagine parallela che Ojeda ha realizzato in Alto Adige al GLOMOS (Global Mountain Safeguard Research Center) dell’Istituto EURAC di Bolzano, è stato svolto nell’ambito delle attività promosse dalla Rete mondiale delle Riserve della Biosfera UNESCO, con il finanziamento della Divisione di Scienze ecologiche e della Terra dell’UNESCO, responsabile del Programma Man and Biosphere, e il sostegno del Parco del Monviso. La supervisione scientifica è a cura di Paola Fontanella Pisa, ricercatrice del GLOMOS.
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