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21 Marzo 2026 - 08:46
Foto AFP/Sir
Non sarà una fiammata destinata a spegnersi in pochi giorni. Nelle valutazioni di Fatih Birol, direttore esecutivo dell’Agenzia Internazionale dell’Energia, la guerra che ruota attorno all’Iran rischia di trasformarsi in una crisi energetica estesa, pesante e tutt’altro che rapida da assorbire.
La guerra in Iran ha creato "la minaccia alla sicurezza energetica più grande di sempre" e per far ripartire l'operatività di alcune infrastrutture nel Golfo Persico "ci vorranno sei mesi in alcuni casi, in altri molto di più". Queste le parole di Birol, in un'intervista al Financial Times.
Il punto, infatti, non è soltanto l’interruzione momentanea delle forniture, ma il danno strutturale che il conflitto può infliggere a infrastrutture, rotte commerciali e approvvigionamenti globali.
Il vero allarme lanciato dall’Agenzia riguarda la durata dello shock. Anche se le ostilità dovessero rallentare in tempi brevi, rimettere in moto i flussi di petrolio e gas dal Golfo Persico non sarebbe affatto immediato. Alcuni impianti potrebbero aver bisogno di sei mesi o più per tornare operativi. Questo significa che la crisi non finirebbe con la guerra, ma continuerebbe a pesare su mercati, imprese e famiglie ancora a lungo.
A rendere tutto più grave c’è il ruolo dello Stretto di Hormuz, da cui transita una quota enorme dell’energia mondiale. Se quella rotta si blocca, non si fermano solo petrolio e gas: vengono colpiti anche fertilizzanti, petrolchimica, industria e manifattura. In altre parole, non è solo una crisi energetica: è una crisi che può colpire l’intera economia globale.

Secondo l’Agenzia, governi e mercati stanno sottovalutando la portata reale della situazione. Il rischio è quello di trovarsi davanti a uno shock pari o superiore a quelli degli anni Settanta, ma con un sistema economico oggi molto più interconnesso. Questo significa che gli effetti possono propagarsi rapidamente su trasporti, prezzi, bollette e produzione industriale.
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Per affrontare l’emergenza, l’Agenzia propone un decalogo di misure concrete e immediate. Il principio è chiaro: se l’offerta non basta, bisogna ridurre i consumi. Non è solo una questione di governi: coinvolge cittadini, imprese e abitudini quotidiane.
Il primo passo è incentivare il lavoro da casa, riducendo gli spostamenti quotidiani. Meno traffico significa meno carburante consumato subito, soprattutto nelle aree urbane. Lo smart working diventa così una leva energetica strategica.
Ridurre i limiti in autostrada di almeno 10 km/h permette di tagliare il consumo di carburante per auto e mezzi pesanti. Una misura semplice, ma con effetti immediati su larga scala.
L’Agenzia spinge su trasporto pubblico, car sharing e targhe alterne. L’obiettivo è chiaro: meno auto in strada, meno congestione, meno sprechi di carburante.
Anche lo stile di guida conta. Guida efficiente, manutenzione dei veicoli e carichi ottimizzati possono ridurre in modo significativo i consumi, soprattutto nel trasporto merci.
Limitare i viaggi aerei, soprattutto quelli di lavoro, è una misura chiave per ridurre la pressione sul carburante per l’aviazione. Allo stesso tempo, nelle case si invita a ridurre l’uso di Gpl e favorire soluzioni elettriche, preservando le risorse per gli usi essenziali.
Anche le imprese devono intervenire, puntando su efficienza energetica, manutenzione e flessibilità nelle materie prime. Ogni riduzione dei consumi contribuisce a stabilizzare il sistema.

Il messaggio finale è chiaro: non siamo davanti a una crisi temporanea, ma a un possibile punto di svolta globale. Tornare alle vecchie dipendenze, come quella dal gas russo, non è la soluzione. Piuttosto, questa crisi potrebbe accelerare la transizione verso rinnovabili, elettrico e nucleare, anche se nel breve periodo non si escludono scelte più drastiche.
Quello che sta accadendo non riguarda solo il Medio Oriente. È una crisi che può entrare nelle case, nei prezzi e nelle abitudini di tutti. E soprattutto, una crisi che potrebbe durare molto più a lungo di quanto siamo pronti ad affrontare.
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