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«Ma cos'ha mio figlio?», la scelta coraggiosa della giovane terapista in Kenya

Anna, da Carrù ai bimbi di Tuuru: «Mi sento una goccia nell'oceano, perchè fuori dal cancello c'è un altro mondo»

«Ma cos' ha mio figlio?», la scelta coraggiosa della giovane terapista in Kenya

La dottoressa Anna Manfredi nell'Ospedale riabilitativo pediatrico di Tuuru

Da Carrù al cuore del Kenya: a 22 anni Anna Manfredi lavora dalle 8 alle 18 in un centro riabilitativo pediatrico dove ogni giorno segue bambini con gravi patologie neurologiche. Alcuni di loro sono stati abbandonati. Strumenti limitati, barriere linguistiche e diagnosi spesso assenti: «Qui devi reinventarti continuamente».

Ma è esattamente dove vuole essere. Anche se dall'altra parte del mondo e in una realtà ancor più lontana di quanto le parole e i numeri possano misurare. È partita per l'Africa lo scorso 24 gennaio. Per alcuni mesi lavorerà in Kenya accanto ai bambini con disturbi neurologici, portando competenze, entusiasmo, spirito di adattamento e una valigia piena di tutori e scarpette ortopediche. 

La prima tappa del suo percorso è l’Ospedale riabilitativo pediatrico di Tuuru, struttura del Cottolengo situata nella provincia di Laare, dove resterà fino al 23 marzo.



«Mi sto trovando molto bene, questa nuova realtà è davvero stimolante», ci racconta. «È la prima esperienza da terapista post-laurea (Anna è dottoressa in "Terapia della neuro e psicomotricità dell’età evolutiva"), sentivo il bisogno di mettermi in gioco ancora di più».

Le giornate iniziano alle 8 e terminano alle 18. Nel fine settimana, invece, il tempo è dedicato ai bambini che vivono stabilmente nella struttura: «Stiamo con loro, giochiamo, li accompagniamo nella quotidianità. Inventiamo nuovi giochi, utili anche per la riabilitazione». Oltre alle terapie, c’è anche un lavoro pratico e organizzativo: sistemare magazzini, organizzare le carrozzine e plantari, recuperare i materiali disponibili.

Anna e gli altri volontari vivono all’interno della struttura del Cottolengo, «in una casa in mattoni con corrente elettrica. Questa settimana non abbiamo avuto l’acqua corrente, ma ce la siamo cavata comunque. Le suore ci viziano e ci fanno sentire in una situazione di benessere che contrasta con ciò che si vede appena al di là dal cancello».

Fuori, infatti, c’è tutta un’altra realtà: bambini per strada a tutte le ore, case di lamiera. In una parola, povertà. «La si legge negli occhi dei piccoli che arrivano qui». Il centro ospita bambini che vi rimangono anche per tutta la vita, spesso perché abbandonati, ma anche piccoli che arrivano per un trattamento intensivo di uno o tre mesi. La struttura è molto grande: vi lavorano circa un centinaio di persone tra suore e dipendenti, impegnati nell’assistenza, nella cura, nella pulizia e nella gestione quotidiana. È un centro quasi autosufficiente: dispone di una fattoria, di un orto e di cucine interne con personale dedicato.



Tutti i bambini ospitati presentano patologie, nella maggior parte dei casi gravi, sia fisiche sia psichiche. Il compito di Anna è occuparsi della riabilitazione, anche per i piccoli che vivono fuori e arrivano in regime ambulatoriale. «Qui serve mettersi in gioco due o tre volte più che in Italia. Gli strumenti e gli spazi non sono quelli a cui siamo abituati. Bisogna adattare competenze e idee a una cultura e a esigenze completamente diverse».

Uno degli obiettivi principali è favorire l’autonomia dei bambini, indipendentemente dalle loro condizioni. «Le carrozzine spesso non sono adatte ai terreni di qui. Quando possibile, lavoriamo perché riescano a camminare con le stampelle».

Non mancano le barriere linguistiche. «Molti genitori però non comprendono affatto l’inglese, e questo rappresenta un ostacolo. Stiamo cercando di imparare anche qualche parola in swahili».



L’esperienza è intensa e a tratti disarmante. «A volte sembra di essere solo una mezza goccia nell’oceano. I bambini con patologie gravi sono tantissimi. La dogana del Kenya spesso blocca il materiale sanitario. Il nostro, raccolto dall’Italia, è passato senza problemi, ma siamo stati fortunati. Altre volte viene fermato e questo ti crea un senso di enorme impotenza».

C’è poi il delicato tema della diagnosi. «Spesso i medici alla nascita non comunicano una diagnosi ai genitori. A volte siamo noi a dover spiegare cosa potrebbe avere il bambino, ma senza esami diagnostici si procede per tentativi. Quando è evidente, come nel caso della sindrome di Down, è più semplice. In altre situazioni è molto più complesso. I genitori chiedono: “Cosa ha mio figlio?” e noi non abbiamo sempre risposte certe».

Un altro aspetto difficile riguarda le aspettative delle famiglie. «Alcuni genitori vogliono vedere il bambino in piedi e camminare a tutti i costi. È complicato mediare tra desideri, cultura e realtà clinica. Sicuramente serve assicurare una continuità nell'affiancamento alla fisioterapia».

Accanto ad Anna Manfredi lavora una terapista sul posto, che segue quotidianamente almeno una ventina di bambini. «Mi chiedo come faccia da sola. Sarebbe importante garantirle un supporto stabile durante tutto l’anno, anche per la formazione. Stare qui rischia di cambiare la forma mentis».

Nonostante tutto, comunque Anna non ha dubbi: «È un’esperienza che costringe a reinventarti ogni giorno. Se già di per sé questo lavoro lo richiede, qui ancora di più. L'obiettivo è chiaro: fornire un trattamento al maggior numero possibile di bambini. O meglio provare a farlo». Una piccola grande goccia. Ma che per quel bambino fa la differenza. 

 
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