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Donne d’oro: l’Italia vincente parla sempre più al femminile

Da Battocletti e Dosso regine dell'atletica a Pirovano e Goggia sul tetto dello sci, mentre il calcio maschile arranca sempre di più, sperando almeno in una qualificazione... al Mondiale

Donne d’oro: l’Italia vincente parla sempre più al femminile

Nadia Battocletti, Zaynab Dosso, Laura Pirovano, Sofia Goggia(Foto tratte dalle pagine social e dai siti di Federazione Italiana Atletica Leggera, Italia Team, Federazione Italiana Spot Invernali)

C’è un’Italia che corre più forte delle sue paure, che scivola giù dalle montagne come una dichiarazione di potenza, che sa vincere senza chiedere permesso. Ha il respiro corto dei 60 metri, il passo lungo dei 3000, il coraggio verticale della discesa libera. E, soprattutto, ha il volto di una donna. In queste ore Zaynab Dosso è diventata campionessa del mondo indoor dei 60 metri a Toruń, Nadia Battocletti ha conquistato il titolo mondiale indoor nei 3000, Larissa Iapichino l'argento nel salto in lungo, e Laura Pirovano e Sofia Goggia hanno chiuso una stagione da favola prendendosi la Coppa del Mondo di discesa libera e di Super G. Non sono lampi isolati: sono capitoli dello stesso racconto, quello di uno sport italiano femminile arrivato ai vertici del mondo.

 

 

La sensazione, ormai, è che non si tratti più di una bella eccezione da celebrare con enfasi per un weekend. Qui c’è qualcosa di più profondo, di più strutturale, di più storico. Battocletti e Dosso, così diverse e così complementari, raccontano due modi di essere fuoriclasse: una domina il dolore e lo trasforma in armonia, l’altra sfida il cronometro sul terreno più brutale che esista, dove non hai tempo per pensare e devi essere perfetta subito. Pirovano, invece, arriva dalla disciplina più feroce dello sci, quella in cui ogni curva è una trattativa con il rischio, e ha trasformato il suo inverno in un’ascesa travolgente fino al globo di cristallo. Sono imprese diverse, ma hanno la stessa radice: solidità mentale, cultura del lavoro, identità.

 

 

Il punto è che questo presente luminoso aveva già mandato segnali chiarissimi a febbraio, alle Olimpiadi invernali di Milano-Cortina. Lì, quando l’Italia aveva bisogno di simboli e di medaglie che parlassero al Paese, sono arrivate soprattutto loro. Francesca Lollobrigida ha aperto i Giochi regalando all’Italia il primo oro nel pattinaggio di velocità sui 3000 metri, poi si è ripetuta nei 5000; Federica Brignone ha vinto il supergigante e poi anche il gigante; Lisa Vittozzi ha conquistato il suo primo oro olimpico individuale nell’inseguimento di biathlon. Non è solo un elenco di trionfi: è una geografia del talento femminile italiano, distribuito fra ghiaccio, neve, resistenza e tecnica.

 

In questo paesaggio di eccellenza ci sono naturalmente anche volti maschili, che, nelle ultime settimane, hanno le fattezze di Jannik Sinner nel tennis, Kimi Antonelli in Formula Uno, gli infiniti Chicco Pellegrino e Dominik Paris negli sport invernali, Andy Diaz, medaglia d'oro mondiale nel salto triplo, campioni capace di abitare il vertice mondiale con la stessa compostezza, la stessa disciplina e la stessa ferocia gentile che ritroviamo nelle nostre grandi atlete. Proprio per questo queste figura finiscono quasi per confermare la regola: oggi a tenere alto il prestigio internazionale dell’Italia sono soprattutto individualità fortissime, costruite nel lavoro quotidiano più che nei sistemi ingolfati.

C’è qualcosa di quasi letterario, in questa coincidenza storica: proprio mentre il movimento più potente, più ricco, più raccontato del Paese — il calcio maschile — si scopre sempre più povero di certezze, le donne dello sport italiano sembrano aver imparato a vincere con naturalezza, persino con una sobrietà antica. Oggi nelle coppe europee resta soltanto il Bologna; intanto la Nazionale maschile si ritrova ancora una volta ad aspettare i playoff per sperare di poter tornare ai Mondiali, dopo un lunghissimo digiuno.

È uno scarto quasi crudele: da una parte il calcio degli stipendi smisurati e delle ansie infinite, dall’altra atlete che continuano a produrre eccellenza.

Naturalmente non è una rivincita ideologica, né una gara tra generi. È qualcosa di più interessante. È la dimostrazione che nello sport contano ancora, ostinatamente, le cose essenziali: la qualità dei percorsi, la fame, la credibilità del lavoro, la tenuta psicologica, la libertà dal rumore.

Molte delle campionesse azzurre di oggi sono cresciute in ambienti meno tossici, meno viziati dalla sovraesposizione, spesso più meritocratici nella sostanza. Hanno avuto meno rendite e meno alibi. Per questo, forse, hanno sviluppato una muscolatura interiore che oggi fa la differenza nel momento decisivo, quando il corpo trema e la testa deve restare immobile.

E allora il tema non è soltanto sportivo. È culturale. Per anni abbiamo raccontato l’Italia che vince come se avesse un solo linguaggio possibile: quello del calcio maschile. Oggi, invece, il lessico dell’eccellenza si è allargato. Parla con la compostezza feroce di Battocletti, con l’esplosione di Dosso, con la sfrontatezza tecnica di Pirovano e Goggia, con la classe adulta di Brignone, con la resistenza aristocratica di Lollobrigida, con la precisione di Vittozzi. E, su un altro fronte, con la lucidità glaciale di Sinner. È un’Italia più ampia, più seria, più moderna. E forse persino più vera.

 

La verità, in fondo, è questa: mentre il calcio maschile continua a chiedere tempo, spiegazioni e pazienza, le donne dello sport italiano stanno già scrivendo il futuro. Lo fanno vincendo, ma soprattutto convincendo. Lo fanno con i titoli, certo, ma anche con il modo in cui arrivano ai titoli: senza teatralità, senza protezioni, senza l’ossessione di dover sembrare qualcosa. Lo sono, semplicemente.

E forse il segnale più bello sta proprio qui. Nel fatto che non ci stupiamo più. Dosso che vola, Battocletti che resiste, Pirovano che attacca, Brignone che comanda, Lollobrigida che trascina, Vittozzi che colpisce: non ci sembrano miracoli. Ci sembrano il volto naturale dell’Italia migliore. E quando un Paese smette di considerare straordinario il successo delle sue campionesse, significa che è già cambiato. In meglio.

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