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07 Marzo 2026 - 10:30
Il prezzo del carburante, il 6 marzo a Mondovì e, nel riquadro, il prezzo del carburante la mattina del 7 marzo a Siviglia, in Spagna
Negli ultimi giorni il prezzo dei carburanti è tornato a correre in modo impressionante, sfiorando o superando in molti casi i 2 euro al litro in tutta Italia. Una soglia non solo psicologica, che per milioni di automobilisti e autotrasportatori rappresenta ormai un incubo ricorrente.
Eppure, guardando con attenzione i dati e il contesto europeo, emergono elementi che fanno pensare a una dinamica che ha molto di speculativo e poco di inevitabile.
L’escalation dei prezzi è stata rapidissima. Nel Cuneese e nel Monregalese secondo le rilevazioni più recenti, il diesel al self service si avvicina ormai ai 2 euro al litro, mentre al servito supera anche i 2,50 euro, per non parlare dei prezzi proibitivi che si incontrano ormai sulle autostrade.
La causa ufficiale viene individuata nella nuova tensione internazionale legata al Medio Oriente e al rischio per il traffico petrolifero nello Stretto di Hormuz, una rotta da cui passa circa il 20% del petrolio mondiale.
Ma questa spiegazione, da sola, non basta a giustificare l’impennata così immediata dei prezzi alla pompa.
Un dato spesso dimenticato è fondamentale: il carburante venduto oggi nei distributori è stato acquistato dalle compagnie anche due mesi fa, quindi a prezzi precedenti alla crisi attuale.
Questo significa che gli aumenti immediati alla pompa non riflettono necessariamente il costo reale sostenuto dai distributori in questo momento.
In altre parole, quando i prezzi del petrolio salgono le tariffe alla pompa aumentano subito; quando scendono, invece, calano molto più lentamente. Un meccanismo ben noto agli economisti e spesso indicato come uno dei principali segnali di speculazione nel mercato dei carburanti.
Un altro elemento che alimenta i sospetti riguarda le differenze di prezzo tra stazioni di servizio anche molto vicine tra loro. In alcuni casi si registrano scarti fino a 27 centesimi al litro nel raggio di poche centinaia di metri, segno che non esiste una reale uniformità nei costi.
Quando il prodotto è disponibile e le scorte non sono in crisi, aumenti incontrollati del prezzo — soprattutto del diesel — risultano quindi difficilmente giustificabili.
Il paragone con altri Paesi europei rende la situazione ancora più evidente.
Sappiamo per testimonianza diretta che questa mattina (7 marzo), ad esempio, a Siviglia, in Spagna, il gasolio — pur aumentato rispetto alle settimane precedenti — viene venduto a 1,749 euro al litro, quindi ben al di sotto di quasi tutte le stazioni di servizio italiane.
In generale, il prezzo medio del diesel in Spagna resta intorno a 1,67 euro al litro, nonostante i recenti rialzi legati alla crisi internazionale.

Il confronto è ancora più significativo se si considera che in Italia il carburante è gravato da una pressione fiscale tra le più alte d’Europa: le accise sul diesel superano i 63 centesimi al litro, contro circa 38 centesimi in Spagna.
Di fronte ai rincari, diversi Paesi europei stanno valutando o adottando misure per limitare l’impatto sui cittadini.
Tenendo l'esempio della Spagna, ad esempio, l’aumento dei carburanti legato alla crisi in Medio Oriente è monitorato attentamente dal governo e non si escludono interventi fiscali o misure di contenimento dei prezzi per evitare che l’inflazione energetica torni a colpire famiglie e imprese.
Il fatto che, nonostante le stesse tensioni internazionali, i prezzi spagnoli restino sensibilmente più bassi di quelli italiani dimostra che le scelte politiche e fiscali possono fare la differenza.
Per territori come il Cuneese, caratterizzati da grandi distanze, mobilità quotidiana e una forte presenza di autotrasporto e agricoltura, il prezzo del gasolio non è solo un fastidio: è un fattore economico decisivo.
Quando il carburante si avvicina ai 2 euro al litro, l’effetto si riversa immediatamente su costi di trasporto, prezzi dei beni, spese delle famiglie e competitività delle imprese.
Il risultato è sotto gli occhi di tutti: mentre i prezzi del petrolio salgono di qualche punto percentuale, alla pompa gli aumenti diventano molto più consistenti e soprattutto immediati.
E quando, nello stesso momento, altri Paesi europei registrano prezzi sensibilmente più bassi, il sospetto diventa inevitabile: più che una semplice conseguenza della crisi internazionale, l’impennata dei carburanti rischia di essere l’ennesima stagione di speculazione sulla pelle di cittadini e imprese.
«L'aggravarsi del conflitto in Medio Oriente e le tensioni nello Stretto di Hormuz si stanno abbattendo immediatamente sulle tasche dei consumatori e, in particolare, degli automobilisti. Siamo di fronte a un'impennata dei prezzi di benzina e gasolio che non ha alcuna giustificazione economica immediata, se non quella di una speculazione sulle paure internazionali – ha commentato Anna Rea, Presidente nazionale di Adoc (Associazione difesa orientamento consumatori) –. Assistere a rialzi fino a 10 centesimi al litro sul gasolio in una sola notte è inaccettabile. I petrolieri applicano listini da panico basandosi su previsioni future, ignorando che il Paese dispone di riserve stoccate che dovrebbero ammortizzare queste oscillazioni. È un salasso ingiustificato che mette in ginocchio non solo gli automobilisti, ma l'intero sistema Paese. Le misure attualmente in vigore sono del tutto insufficienti per fronteggiare questo scenario. Se aumentano i costi di trasporto, aumentano i prezzi di pane, latte e medicinali. Il Governo e 'Mister Prezzi' devono vigilare affinché questa crisi non diventi l'ennesimo pretesto per rimpinguare i profitti delle grandi compagnie a scapito delle persone».
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