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Perché Fantozzi ci fa ancora ridere (e forse un po’ male), a cinquant'anni dal "Secondo tragico" film

Il ragioniere più famoso d'Italia, festeggia i 50 anni del suo suo secondo, tragico, capitolo.

Il mito della Megaditta
Se c'è una serie di film che ha raccontato, con successo, il rapporto degli italiani col posto di lavoro, coi colleghi e coi padroni, questa è, ebbene sì, la carrellata di disavventure del rag. Fantozzi. Il popolarissimo personaggio di Paolo Villaggio non ha bisogno di presentazioni: l'anno scorso si sono festeggiati i 50 anni dal primo film, e ora tocca celebrare il quinto decennio del secondo atto delle sue sfortune. Un capitolo che ha fatto la storia della commedia all'italiana, ed è forse quello che meglio ha rivisitato, in maniera ironica, la figura dell'impiegato nel suo habitat naturale: il lavoro in una grande azienda. Uno spaccato (tra iperboli e malasorte, routine calibrate al centesimo e imprevedibili iniziative) sociale e di costume, in cui il cittadino comune per molti decenni si è rispecchiato. Una vita divisa dall'orario di timbratura del cartellino, che separa il dipendente dal padre/madre di famiglia. Divisione che a guardare le abitudini lavorative di oggi, appare ora meno netta. Eppure quella di Fantozzi è una libertà effimera: i doveri del dipendente sconfinano, sconfinano spesso oltre l'orario di lavoro, invadendo tempo libero, tra manifestazioni istituzionali e attività ricreative aziendali, la cui partecipazione è d'obbligo
Il mito del posto di lavoro fisso richiede sacrifici, e i tentativi di scalata in ditta passano dalla venerazione ruffiana dei superiori, e una promozione ottenibile magari portando semplicemente fortuna al casinò. È il teatro dell'assurdo della commedia all'italiana che ci fa ridere e ci fa riflettere. Ci sarebbe però quella zona di conforto, rappresentata dal calore familiare delle quattro mura domestiche, o della gita fuori porta lontano dalla città. Ma è solo l'illusione di un allontanamento fisico e non concreto dalla mega-ditta. Si può scappare a Capri in fuga d'amore, o tapparsi in casa davanti alla TV, ma se non si stacca il telefono in tempo, il film cecoslovacco con sottotitoli in tedesco, arriva puntuale a rovinare i piani. Già, perché la mega-ditta arriva tentacolare ovunque: se capita la scappatella non può che essere con la collega, rovinata puntualmente dallo spasimante rivale (collega anch'esso), mentre quello che ti trasporta dal divano davanti alla partita della nazionale più leggendaria di sempre, al fac-simile romano della scalinata Potemkin di Odessa, è il potentissimo superiore appassionato di cinema d'arte. Meno male che c'è il fine settimana, dove capita anche di assecondare le manie organizzative del collega scapolo, il leggendario Filini di Gigi Reder. E se è stagione, c' è pure la caccia da sperimentare, col rischio di finire nel mirino del collega, o peggio trafitti dalla propria baionetta. Ci sono poi quegli inviti che i dipendenti non possono rifiutare. Come l'inaugurazione della turbonave aziendale con successiva cena di gala, tra ossequi e totale inesperienza all'etichetta. Giusto il tempo di assaporare il clima dell'alta società, prima di essere costretti, a causa di uno spiacevole disguido con un alano dalle nobili origini slave, a lasciare prematuramente il convivio. Alla luce di tutto ciò, in fondo, la mega-ditta è una grande famiglia pronta ad uccidere il vitello grasso, qualora il figliol prodigo decida di fare ritorno. Come la pecorella smarrita Fantozzi che in un momento di debolezza si era allontanata. Ma al caro ragioniere il perdono non si nega: "e anzi gli si offre qualcosa di più, come la gioia purificatrice di meritarselo. Ricominciando dal punto più basso come parafulmine". In fondo un mestiere come un altro. 
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