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Se oggi picchiamo nei videogame è grazie a lui: addio a Kishimoto, il papà di Double Dragon

il mondo del gaming piange Yoshihisa Kishimoto, il visionario dietro Double Dragon che ha codificato il beat 'em up, introdotto il 2,5D e contribuito a legittimare il videogioco come forma d'arte.

Il Game Over di un Maestro. Addio a Kishimoto, il padre di Double Dragon.

L'iconica schermata iniziale di Double Dragon

In questo aprile 2026, il mondo del gaming piange la scomparsa di Yoshihisa Kishimoto, il visionario papà di Double Dragon, mancato a 64 anni. Se oggi consideriamo naturale "ripulire le strade" a colpi di arti marziali in un mondo digitale, lo dobbiamo quasi interamente alla sua intuizione. Kishimoto ha codificato il linguaggio dei Beat 'em up (i picchiaduro a scorrimento), trasformando i pixel in adrenalina come un alchimista digitale.

Prima di Double Dragon, i giochi di combattimento erano statici o limitati. Kishimoto ha preso la formula del suo precedente successo, Renegade, e l'ha elevata a forma d'arte. Kishimoto ha introdotto la profondità di campo, con quello che viene chiamato 2,5D, un 3D "simulato" (mentre il 3D reale verrà nei primi anni '90 con Wolfenstein 3D, Doom e similari). Nasce il tema dell'arsenale: le armi si possono raccogliere da terra potenziando il proprio personaggio con mazze da baseball, fruste, coltelli, barili e massi da lanciare. Per Kishimoto l'aspetto cruciale era che il giocatore "sentisse" il peso dei colpi, creando un illusione di realtà effettivamente molto presente nel gioco tramite il sapiente combinato di musiche di tensione, scene concitate a colori sgargianti, sensazione tattile del joystick da sala giochi.

Per la prima volta il giocatore interagiva con l'ambiente circostante in un arcade in un modo così credibile. Inoltre, Billy e Jimmy Lee, i due player selezionabili, i due gemelli del titolo, introducevano un gioco di tipo cooperativo complesso (fino all'eventuale sfida finale). Ovviamente, il loro nome richiama i film di Bruce Lee, il "Drago" delle arti marziali, ma il mondo postapocalittico punk in cui vivevano riprendeva capolavori anni '80 come l'anime "Ken Il Guerriero" e ancor più "I guerrieri nella notte", che analogamente devono percorrere intatti una New York distopica sulla strada di casa fronteggiando una dopo l'altra gang temibili come schemi di videogame. Ma Double Dragon, se dialoga con i capolavori del cinema e dell'animazione postapocalittica, ha una sua capacità autonoma di cogliere lo scenario urbano futuribile, 

Senza di Kishimoto, non avremmo avuto Final Fight, Streets of Rage o le moderne evoluzioni del genere, e in generale un videogame che può porsi al pari delle altre arti nell'intrattenere il pubblico e interpretare lo spirito del tempo. Un certo immaginario "cyberpunk" che ci accompagna dagli anni '80 non si può cogliere senza "Neuromancer", "Blade Runner" o "Evangelion", ma "Double Dragon" ha un suo rilievo autonomo nel forgiarlo. Per tale ragione, è un peccato che nomi come Kishimoto siano di fatto meno noti rispetto a registi, scrittori, artisti iconici: come è avvenuto per il "fumetto d'autore", legittimatosi intorno agli anni '60 e '70 a partire dal riconoscimento doveroso del ruolo dell'autore di un'opera, anche il videogame deve forse compiere questa rivoluzione culturale per avere il riconoscimento che gli spetta come grande forma d'arte del XXI secolo.

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