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17 Aprile 2026 - 09:57
Foto didascalica creata utilizzando il supporto dell'AI
Le imprese artigiane piemontesi sono sempre più sotto pressione e ora il rischio è concreto: il 27,3% sta valutando una sospensione parziale dell’attività. A lanciare l’allarme è Confartigianato Imprese Piemonte, che fotografa una situazione sempre più pesante tra rincari energetici, aumento del costo delle materie prime e mercati internazionali destabilizzati dalle tensioni geopolitiche.
Il dato più preoccupante riguarda proprio i costi dell’energia: per le imprese del Piemonte, nell’anno in corso, l’aumento delle bollette di elettricità e gas ammonterà a circa 879 milioni di euro. Un colpo durissimo per un tessuto produttivo fatto soprattutto di piccole e microimprese, spesso meno attrezzate per assorbire shock così forti.
A rendere ancora più grave il quadro sono i rincari registrati in appena due mesi: gas +48%, energia elettrica +25%, gasolio +20%. Un’impennata che travolge in particolare le aziende del trasporto merci e persone, dove il carburante pesa già tra il 25% e il 35% dei bilanci, costringendo molti imprenditori ad anticipare liquidità che spesso non hanno.
Secondo il presidente di Confartigianato Imprese Piemonte Giorgio Felici, il sistema produttivo regionale è arrivato a un punto critico. “Produrre oggi, in molti casi, significa lavorare in perdita”, avverte, sottolineando come intere filiere siano ormai sotto pressione. Nel mirino ci sono i settori più energivori, come vetro, ceramica e manifattura, ma anche comparti simbolo del Made in Italy piemontese come metalmeccanica, moda, legno-arredo e agroalimentare artigiano.
Il quadro generale, del resto, è pesante anche a livello nazionale. Secondo i dati citati da Confartigianato, il Piemonte si colloca tra le regioni più colpite dal caro energia, con un aggravio complessivo dei costi che arriva a 1,3 miliardi di euro, mentre la fetta che grava direttamente sulle imprese piemontesi vale appunto 879 milioni.
Ma non è solo una questione di bollette. A pesare è anche il contesto internazionale. La crisi dello Stretto di Ormuz, spiega Felici, sta rallentando rotte strategiche verso mercati come Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti, che valgono 8,6 miliardi di euro per l’export delle piccole imprese. Il risultato è un doppio colpo: costi che salgono e domanda che rallenta.
Il rischio, secondo Confartigianato, è che molte aziende siano costrette a scegliere tra due mali: continuare a produrre in perdita oppure fermarsi. Ed è proprio questa la fotografia più allarmante. “In queste condizioni, per alcune imprese fermarsi è più sostenibile che produrre”, denuncia Felici, parlando apertamente di situazioni da lockdown per interi mestieri e filiere.
Da qui la richiesta al Governo di misure immediate e straordinarie: contenimento degli aumenti energetici, sostegno al credito e strumenti simili al temporary framework del periodo Covid, per consentire alle imprese di rinegoziare i prestiti e accedere a nuova liquidità.
Il messaggio finale è netto e senza giri di parole: serve un intervento urgente, anche andando oltre i vincoli comunitari. Per Confartigianato, la posta in gioco non riguarda solo i bilanci delle imprese, ma la tenuta stessa della manifattura piemontese, dell’occupazione e di una parte decisiva del Made in Italy.
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