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A Ceva c’è un luogo dove nessuno resta solo

Ogni venerdì il Gruppo di Volontariato Vincenziano accoglie chi ha bisogno di sostegno, attenzione e fiducia nel suo Centro d'ascolto

A Ceva c’è un luogo dove nessuno resta solo

Il Volontariato Vincenziano di Ceva, che recentemente ha spento le 101 candeline, offre al territorio un servizio di grande utilità. È il Centro d’ascolto, aperto, tranne il mese di agosto, il venerdì, dalle 15 alle 17. Un giorno alla settimana, grazie all’impegno di Marisa, di Beppe Barresi, Carla Zoppi e anche di Mariangela e di Franca Negro. Al Centro giungono le persone che hanno bisogno di aiuto o che, semplicemente, desiderano parlare; e queste, ultimamente, sono aumentate.

“Ci troviamo a chiacchierare – racconta Carla Zoppi – con pazienti, ad esempio, del Centro d’igiene mentale, oppure con altri che nemmeno abitano a Ceva. Al Centro d’ascolto hanno fatto riferimento tutte le persone, in primis badanti ucraine, che al momento dell’invasione russa in Ucraina hanno raccolto beni da mandare nel loro Paese: la nostra sede è diventata il centro di raccolta di tantissimi beni, frutto della generosità di ogni famiglia”.

L’approccio dei volontari e delle volontarie è sempre molto tranquillo, sorridente, al giorno d’oggi si direbbe empatico; non vengono mai forzati i racconti e non avviene nessun “interrogatorio”.

 

 

«Queste modalità – prosegue Carla – derivano da corsi di formazione che abbiamo seguito, dai preziosi suggerimenti di chi ci ha preceduti (e qui penso alle nostre “Figlie della Carità”), ma anche dall’esperienza, dalle tante ore trascorse a sentire parole a volte di dolore, a volte di rabbia, a volte di vergogna. E anche dalla lettura degli scritti di San Vincenzo, che affermava che “i poveri sono i nostri signori e padroni”, per questo cerchiamo di comportarci con i nostri assistiti in modo rispettoso, non curioso o giudicante. Durante i colloqui non cerchiamo subito una soluzione al problema, non diamo ricette immediate; questo è il modus operandi delle Associazioni che operano nel sociale, ma che non hanno il taglio spirituale cattolico che ha dato san Vincenzo ai nostri gruppi. Un esempio per chiarire questo concetto, questa nostra realtà: abbiamo per anni seguito una persona, ora morta, che negli ultimi anni non camminava più e che quindi vedevamo a casa sua. Un giorno, in accordo con due volontari vincenziani di Mondovì con cui abbiamo condiviso l’impegno di assistere questa persona gli abbiamo proposto l’incontro con un sacerdote. Ricordo benissimo il suo sguardo, impaurito, seccato. Mi ha liquidata con un “È ancora presto, ci penso…”. Alcuni giorni dopo mi ha chiamata e mi ha chiesto di accompagnare da lui il suo parroco, don Aldo. Così ho fatto e poi abbiamo ripetuto la visita diverse volte…Ricordo la recita dell’Ave Maria in francese.

Quando è mancato, in un hospice in cui siamo andati a trovarlo alcune volte, ha chiesto ad un vicino di casa, che si è occupato dello sgombero dell’appartamento, di farci avere alcune cose, per noi utilissime, che hanno aiutato altre persone: la sedia a rotelle è arrivata al nostro Centro e subito è stata consegnata a chi ne aveva bisogno, il bene genera altro bene. Questo ci differenzia dalle altre Associazioni. Per noi è fondamentale la persona. Sovente decidiamo in un secondo tempo come agire. E nel frattempo si instaura, con i nostri assistiti, un rapporto che non è solo di conoscenza, ma di grande fiducia da parte loro e di sincera disponibilità da parte nostra».

Le soluzioni ai problemi possono essere le più diverse: l’inserimento nella lista dei beneficiari dei pacchi alimentari mensili, pacchi che vengono distribuiti nel giardino della nostra sede da Mariella, Beppe Tomatis, Beppe Barresi e da Carla Zoppi

E ancora: «Molto spesso si rivolgono a noi donne, per lo più straniere, in cerca di lavoro; questo è un problema, in quanto ci considerano un’agenzia di collocamento. Ma noi non lo siamo; solo se conosciamo bene la persona e se sappiamo di qualcuno che potrebbe essere interessato ad assumerla, li mettiamo in contatto. Cerchiamo sempre di non fare puro assistenzialismo, ma di fornire un aiuto temporaneo, promuovendo la persona e portandola all’autosufficienza. Ad esempio, un premio assicurativo pagato di un’auto può rendere un individuo in grado di raggiungere un posto di lavoro da cui, senza macchina, sarebbe escluso. La riconoscenza che avvertiamo e la simpatia nei nostri confronti è sincera e ci rende felici”».

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