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27 Aprile 2026 - 08:35
Spesso si dice che Eisner abbia inventato il termine "Graphic Novel". In realtà, il termine circolava già in circoli ristretti (venne usato ad esempio dal critico fumettistico Richard Kyle nel 1964) ed esistono altre formulazioni analoghe ancora più antiche, ma Eisner è quello che ha contribuito a divulgarlo a livello di massa. Per questo motivo, mi è sembrato utile partire da lui per questa serie di articoli dove esploreremo come e perché il fumetto è diventato "adulto", ovvero come il medium ha ottenuto, nel tempo, la considerazione che gli spetta, e che non sempre gli è stata riconosciuta.
Will Eisner era entrato nel mondo del fumetto nel 1936, all'alba del genere supereroico, collaborando con il suo amico di liceo Bob Kane, il padre di Batman. Era così giunto a creare un suo eroe mascherato: il più ironico, il più sperimentale, "The Spirit" (1940). Qui Eisner aveva giocato molto con le splash pages e altre soluzioni visive innovative. Ebreo americano, si arruolò con convinzione nel 1941 contro Hitler (ne parla in "Verso la tempesta") e nella sua permanenza sotto l'esercito realizza anche fumetti di guerra, opere certo di propaganda ma spesso non disgiunte da quel certo realismo tipico anche della coeva letteratura bellica di Hemingway e soci.
La collaborazione con l'esercito continuerà anche dopo la pace, e vi affiancherà anche fumetti didattici rivolti non al mondo militare, ma alle scuole; questo diviene il suo principale lavoro quando, negli anni '50, c'è una flessione del genere supereroico prima della rinascita della "silver age", e anche "The Spirit" deve chiudere nel 1952. I suoi fumetti di istruzione bellica sono usati anche durante la guerra del Vietnam, con un aumentata diffusione di tirature. Ma Eisner era ormai un nome semidimenticato.
Il suo ex-assistente, però, Jules Feiffer, diventa il più autorevole cartoonist di satira sociale americano. E, nel 1965, Feiffer paga il debito col maestro dichiarandone pubblicamente il grande valore: nel 1966, "The Spirit" inizia a essere ristampato e apprezzato. Così, nel 1971, Eisner può chiudere con il lavoro didattico e tornare nel vero mondo del fumetto. Alla convention fumettistica del suo ritorno, quell'anno, incontra la nuova scena del fumetto “controculturale”, e fiuta che i tempi sono maturi per un fumetto meno infantile. Inizia così a lavorare alle storie di “Un contratto con Dio”, ambientate nel mondo della New York ebraica. Non vuole venderla nelle edicole o nelle fumetterie, ma in libreria, come le opere di narrativa cui è riconosciuta una dignità che il fumetto non ha. Per questo, deve usare un termine nuovo, e decide di ricorrere a “graphic novel”, “romanzo grafico”, per separarsi anche dal termine “comics” che, in USA, si lega inestricabilmente a una dimensione “comica”.
Eisner elimina spesso i bordi delle vignette, usando consapevolmente lo spazio bianco tra le vignette come elemento narrativo che può dilatare o restringere il tempo percepito dell'azione su carta. L'architettura del Bronx degli anni '30 — i condomini, le scale antincendio, i vicoli bui — si intreccia strettamente all'architettura della pagina. I dettagli degli sfondi spesso sono come sfocati, riprendendo il processo impreciso della memoria.
L'opera è composta da quattro storie ambientate in un condominio al numero 55 di Dropsie Avenue. La storia principale narra di Frimme Hersh, un uomo devoto che "rompe" il suo contratto con Dio dopo la morte prematura della figlia. L'opera viene letta come una riflessione universale sulla fede e la sofferenza, soprattutto il prospettiva ebraica, e colpisce il pubblico per la sua incredibile forza espressiva. Solo in seguito Eisner rivelò che il libro parlava anche del dolore per la perdita della figlia Alice, morta di leucemia in giovane età. L'opera non ebbe inizialmente un enorme successo: ma mostrò agli autori del fumetto americano che era possibile realizzare storie pienamente mature anche col medium che loro padroneggiavano (come già facevano gli europei: ma su questo dovremo tornare).
Con Un contratto con Dio, Will Eisner ha dimostrato che una pagina di fumetto può contenere la stessa densità psicologica di un romanzo di Dostoevskij e la stessa forza visiva di un film noir. I comics non erano più solo intrattenimento: erano, finalmente, arte adulta.
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