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Beppe Leardi è la voce di una Langa che non c’è più ma non scompare

Cantastorie e “affabulatore” ha avuto il coraggio di mettere la sua storia in piazza (che non poteva non essere raccontata)

Beppe Leardi è la voce di una Langa che non c’è più ma non scompare

Beppe Leardi, di Lequio Tanaro

Beppe Leardi è il volto di una Langa che non esiste più, ma non scompare. E non scomparirà fino a quando esisteranno persone come lui, o fino a quando qualcuno continuerà a leggere e a far rivivere le sue parole. Preziose almeno quanto i suoi ricordi. C’è chi lo ha definito un “affabulatore”, chi, giocando con il piemontese, più che “Leardi” preferisce chiamarlo “L’è ardì” (ovvero “È proprio ardito”), chi lo conosce come l’artista delle panchine in legno delle Langhe, chi come giocatore di bocce, chi come scrittore.

Per chi lo aveva già incontrato e per chi lo ha scoperto, quella di giovedì è stata una piacevole serata. Beppe ha fatto quello che sa fare forse meglio: raccontare. «Bisogna avere una storia e il coraggio di metterla in piazza», dice lui. In Biblioteca a Carrù ha presentato il libro “Niente è per caso”, che forse in pochi conoscono, scritto dalla compianta Maria Tarditi. La maestra di Pievetta, divenuta narratrice una volta in pensione, lo mise giù a mano in una bella e ordinata grafia in corsivo. Così il volume è stato stampato la prima volta da Araba Fenice nel 2005 ed è arrivato fino a noi, tra varie ristampe (per info, Leardi al 335 54 51 465). È la storia vera che è stata poi riadattata per il romanzo “La vita non è uno scherzo”, uno dei libri di maggior successo della Tarditi.



Leardi ha messo a disposizione la sua storia, lei il suo inconfondibile stile di scrittura, in grado di addolcire anche il racconto più crudo. Beppe ha avuto infatti il coraggio di mettere in piazza la storia di suo nonno, “Pinotu il biondo”, venuto al mondo da genitori sconosciuti, nato e morto a Torino pur senza averci mai camminato dentro, chiamato due volte in guerra, adottato da una famiglia di Somano e segnato da tanti lutti.

Come quello della nonna di Beppe, che non aveva nulla da dare al figlio e decise di farla finita. Poi c’è una pipa, forgiata magistralmente durante la prigionia e regalata al primogenito “Cesco”, il papà di Beppe, colui che verrà poi definito come il “più buono di Lequio”. «Mio papà e mio nonno si sono voluti un gran bene, ma hanno vissuto insieme solo quattro mesi», incalza Beppe.



Che però crea un’immagine meravigliosa: «Quando andavano a lavorare nei boschi, all’ora di pranzo si sedevano per spizzicare qualcosa e cantavano insieme. E il momento più bello era quando, una volta finito, sceglievano la canzone per il giorno dopo». Una scena che Beppe ha immortalato con due sagome disegnate, nella sua Lequio.

Ma Carrù cosa c’entra? «Ci sono da sempre legato, frequento la bocciofila e la comunità». Tra le tante amicizie, quella con l’allora maresciallo Bianco. «Mi ricordo ancora quando prese da parte il figlio (Bruno Bianco, pittore e artista delle gualdrappe) e gli disse: “Ricordati bene quello che ti dico: Beppe è stato il mio migliore amico”».


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