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03 Marzo 2026 - 16:25
Raccontare il mondo in 17 sillabe, articolate in tre versi. È la sfida dell’haiku, un tipo di componimento nato in Giappone. Talvolta più incisivo persino dell’aforisma, riunisce in sé la letterarietà, un certo spirito zen nella capacità di osservazione, sintesi e rifinitura, e anche un pizzico di gusto enigmistico. La tradizione dell’haiku ha affascinato gli autori occidentali, che in molti casi vi si sono cimentati, da Giuseppe Ungaretti a Andrea Zanzotto, da Jack Kerouac ad Allen Ginsberg, da Jorge Luis Borges a Paul Claudel. È stata peculiare, tuttavia, la strada aperta e frequentata nella poesia monregalese a questo tipo di componimento: da Carlo Regis (come autore) a Remigio Bertolino (promotore di attività didattiche), le voci più significative del piemontese di Mondovì hanno trovato nell’essenzialità dell’haiku e nella sua capacità di osservazione e racconto del lato più autentico e primordiale della natura una sponda, come un ponte che accomuni la sensibilità giapponese a quella dei valligiani nostrani. Nicola Duberti ha raccolto e proseguito questa tradizione: lo fa da più di dieci anni, proprio sulle colonne della nostra testata, distillando, una volta a settimana, un haiku che tradizionalmente apre la pagina culturale. Un appuntamento che trova, nel nome “Taj Kurt”, una compiuta descrizione: taglio corto come autore ma anche “Taglio” corto nel senso di formato. Anche qui, il richiamo alla sintesi e alla brevità, espresso con le risorse di un piemontese che, in questa grafia, sembra esotizzarsi ulteriormente, assomigliando quasi a un ideogramma. Infine, Taj Kurt assona con grande precisione con l’originale Hai-Ku.
Ora l’esperienza dei Taj Kurt approda in libreria, grazie all’editore genovese Temposospeso, e lo fa con una veste tutta particolare. È di recentissima uscita in questi giorni infatti “Fià Schnuuf Respiro Atem” una raccolta di settantasette Taj Kurt, proposta con un curioso parallelismo.
La casa editrice, diretta da Massimo Angelini e Esther Weber, infatti, porta avanti un’attività di parallelo tra Italia e Svizzera, con accostamenti di testi e traduzioni, non solo tra lingue nazionali ma anche locali. In questo caso, il parallelo diventa addirittura tetralingue, con i testi di Duberti proposti nella loro versione originale piemontese, in traduzione italiana, in tedesco standard e in dialetto svizzero, con le traduzioni di Esther Weber e Rainer Stockli. Le pagine ariose del libro restituiscono così un viaggio affascinante, accostando suoni diversi, come tanti strumenti che interpretano, tuttavia, la stessa partitura in una sinfonia di trascrizioni. Come si precisa nell’introduzione firmata da Esther Weber, è stato «necessario considerare il testo originale in modo libero» con l’indispensabile intento di sciogliere ogni costrizione sul piano lessicale e stilistico. Così «La tradizione non ha avuto l’ambizione di restituire un trasferimento alla lettera: infatti, non c’era alcun bisogno di tradurre le valli monregalesi nella bassa valle del Reno».
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