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06 Marzo 2026 - 09:31
È proprio il caso di dirlo: in questa particolare nicchia di turismo rigenerativo l’Italia attrae più del miele. Il Belpaese, forte dei suoi due milioni di alveari, è diventato il Paese simbolo dell’apiturismo, nuovo trend di vacanze a base di apicoltura ed ecosistemi rurali. Non è un caso se oggi ben sette persone su dieci decidono di trascorrere le ferie immersi nel verde e circondati dal ronzio delle api. Se l’Unione Europea rappresenta il secondo produttore mondiale, contribuendo per circa un quinto al totale, l’Italia si distingue per l’elevata qualità e biodiversità con oltre 60 varietà di miele e una produzione in costante crescita. Fra le Regioni spiccano il Piemonte con oltre 3.000 tonnellate prodotte all’anno e la Calabria con poco più di 2.000 tonnellate; davanti a loro si presenta quindi un’importante sfida da vincere: investire nel turismo rigenerativo. E i fondi non mancano: dall’Europa sono stanziati più di cinque milioni di euro mentre dal governo 12 milioni. Dall’altra parte della medaglia la Commissione UE richiama stime fino a circa 15 miliardi di euro/anno attribuibili agli impollinatori.

In questo contesto si inserisce il recente studio “Beekeeping and Tourism: A Dual-Conditions Framework for Regenerative Tourism” condotto da Alessandra Vitale e Marco Valeri (Università Niccolò Cusano) e Shekhar Asthana (Jindal Global University). Insieme hanno dimostrato come l’incontro tra api e turismo possa generare benefici concreti per ambiente, comunità locali e viaggiatori. L’apiturismo si configura quindi come un segmento capace di integrare agricoltura, tutela ambientale ed economia esperienziale. Le attività possono includere visite agli apiari, laboratori didattici, degustazioni guidate, percorsi sensoriali, esperienze immersive nella natura e iniziative di educazione ambientale. “La rigenerazione però – avverte il docente Valeri – si vede quando l’apiturismo non si limita a ‘mostrare le api’, ma usa l’esperienza turistica per finanziare e rendere continuativi interventi concreti: ripristino di fioriture e piante mellifere (meglio se native), corridoi ecologici, gestione del verde più attenta, riduzione di input chimici. Qui contano anche risultati tangibili: ad esempio, in Italia il progetto LIFE BEEadapt comunica output misurabili come oltre 70 bee-hotel installati e più di 6.000 piante messe a dimora in aree pilota”.
Sul paper Unicusano si analizzano le potenzialità del turismo rigenerativo come leva strategica per accrescere la competitività delle destinazioni turistiche, focalizzandosi su un settore esperienziale in forte espansione. “Per capire se questa integrazione produce davvero benessere sociale – sottolinea Alessandra Vitale – si possono usare cornici già esistenti (come ETIS o i criteri forniti da GSTC) e tradurle in indicatori semplici: quanta spesa resta localmente (filiera corta e fornitori locali), quante micro-imprese entrano nel circuito, quanti posti di lavoro si attivano, quante scuole e associazioni partecipano e come cambia nel tempo la percezione dei residenti (orgoglio, accettabilità, eventuali conflitti)”.

Il framework elaborato dai ricercatori della Cusano compie anche un ulteriore passo in avanti, definendo criteri chiari e misurabili per stabilire quando un’esperienza turistica possa essere considerata realmente rigenerativa. Secondo lo studio, infatti, l’apiturismo può qualificarsi come forma di turismo rigenerativo solo se si verificano simultaneamente tre condizioni fondamentali:
la rigenerazione degli ecosistemi e la connessione profonda con la natura, la presenza di visitatori consapevoli con motivazioni coerenti con il conscious travel e lo sviluppo locale delle destinazioni turistiche.
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