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07 Marzo 2026 - 18:30
Definizione di sofisticazione: alterazione, dolosa o colposa, della genuinità di un prodotto. Esattamente 40 anni fa l’Italia fece dolorosamente i conti con questo termine. Protagonisti, loro malgrado, un vanto delle nostre produzioni agricole, il vino, le colline di Langa (ma non solo) e soprattutto il metanolo, noto anche come alcol metilico.
Bisogna fissare una data: è la sera del 12 marzo 1986 e Benito Casetto, 51 anni, residente in viale Sarca a Milano, chiama l’ospedale Niguarda in preda ai crampi addominali. È il primo caso accertato, ne seguiranno altri con gli stessi sintomi (soprattutto in Lombardia, Piemonte e Liguria) e altri morti sospette verranno ricondotte allo stesso filone. C’è lo stesso denominatore comune: essersi concessi un sorso di vino che risulta pieno di metanolo, in un quantitativo tra le dieci e le 50 volte superiore ai limiti consentiti. In pratica veleno puro che porta alla morte di 23 persone e all'intossicazione di altre 153, alcune con danni neurologici permanenti e 15 rimaste non vedenti.
Ma cosa ci fa il metanolo nel vino? Come ricordava Gabriele Gallo su "L'Unione Monregalese" nel trentacinquesimo anniversario della tragedia: «in ottemperanza alle sentenze della Corte di Giustizia CEE del 1982 e del 1983 (che accusavano l'Italia di discriminare i prodotti alcolici d'importazione), lo Stato decise di detassare il metanolo, composto organico usato nell'industria come solvente, ma in piccole dosi intrinseco anche al processo stesso di vinificazione. L'alcol metilico passò così da 5.000 a 500 lire al litro e sebbene la legge ne vietasse esplicitamente l'utilizzo nelle produzioni alimentari, la sua convenienza economica lo rese appetibile soprattutto nel mercato nero degli alcolici». Per aumentare la gradazione del vino, e adulterare vino di bassa qualità, il metanolo diventa così un elemento più a buon mercato dello zucchero.
Il vino al metanolo spunta in Puglia, Lombardia, Veneto, Piemonte… un sistema criminale messo in piedi da chi era disposto «a smerciare un prodotto anche dubbio, pur di guadagnare con facilità – ricordava "L'Unione Monregalese" di allora». È difficile credere che una frode del genere fosse completamente ignorata da chi in qualche modo è stato al gioco: forse non negli effetti letali che poi si sono verificati, ma certamente nelle sue componenti di non genuinità.

Sull’onda della tragedia, Alberto Nobili, sostituto procuratore della Repubblica di stanza a Milano, comincia ad indagare. La prima azienda a finire sotto i riflettori è la Vincenzo Odore di Incisa Scapaccino (AT), dalla quale sono partiti i bottiglioni di Barbera del Piemonte rinvenuti a casa delle vittime. Ma la Odore è semplice rivenditrice e non produttrice, per cui gli inquirenti provano disperatamente a risalire alla partita di vino incriminata. Il cerchio si stringe attorno alla cittadina di Narzole, tremila abitanti e centoventi aziende vinicole (dati del 1986). Tra le realtà più conosciute vi è la cantina di Giovanni Ciravegna, cavaliere del lavoro classe 1929, noto per la sua abilità nell'aggiustare la gradazione alcolica del vino. Da lui è partito il carico imbottigliato e rivenduto dalla ditta Odore di Incisa Scapaccino e nella sua proprietà gli inquirenti trovano 9.000 ettolitri di vino al metanolo.

Intanto le cantine che avevano sofisticato il vino svuotavano le cisterne in fiumi diventati improvvisamente rossi. In tutto furono una sessantina le aziende coinvolte, mentre il mercato del vino italiano collassava. Una crisi gravissima con circa mezzo miliardo di euro di perdite (su un fatturato del settore che all’epoca era di 2,5 miliardi), crollo delle esportazioni (meno 40% in un anno e meno 80% sul florido mercato della Germania) e dei consumi interni. Un tonfo da cui tutta la filiera saprà riprendersi con una rivoluzione all’insegna della qualità.
Intanto, però, si cerca giustizia per le vittime, ma si trova soltanto una legge lenta. Il processo si apre soltanto nel 1991 (con tutti gli imputati divenuti ormai nullatenenti) e si chiude nel febbraio del 1994 con la conferma in Cassazione della condanna a 14 anni per omicidio colposo plurimo per Giovanni Ciravegna e altri tre complici non piemontesi e l’obbligo di risarcimento di un miliardo di lire per ciascuna delle vittime. Al "Comitato vittime vino al Metanolo" non è ancora arrivato nulla. Giovanni Ciravegna morì nel 2013 ancora convinto della propria innocenza ("Io ho comprato in buona fede da persone che conoscevo. Sofisticatore sì, assassino no") e l’industria enologica è tornata ad essere un fiore all’occhiello dell’export italiano. Alle vittime è rimasta soltanto la rabbia dell’ingiustizia, ancora una volta nella storia d’Italia, che il tempo sta ormai trasformando in passiva rassegnazione.
Proprio richiamando quel nome, "Metanolo", un podcast Originale Spotify di qualche anno fa (prodotto da Will Media e Boats Sound) ripercorre, attraverso la voce dei protagonisti, la storia della più grave sofisticazione alimentare della storia repubblicana.
Roberto Ferlicca oggi ha 73 anni ed è il presidente del "Comitato vittime vino al Metanolo" fin dalla sua fondazione. Sua mamma, Valeria Zardini (mancata nel 1997), ha perso totalmente la vista dopo aver bevuto un solo bicchiere di vino avvelenato. Da allora Roberto cerca di mantenere viva l’attenzione sullo scandalo del vino al metanolo attraverso articoli, interviste e libri ("Terrorismo Acido", Il Convivio Editore, 2021).
«Non potevamo accettare che una persona potesse rimanere cieca soltanto per aver bevuto un semplice bicchiere di vino del supermercato. In un istante la nostra vita precipitò per sempre. Come famiglia e come Comitato non abbiamo avuto il conforto da parte di nessuno. Nelle aule del Tribunale di Milano abbiamo incrociato più volte Ciravegna e gli altri imputati, senza mai ricevere il loro cordoglio o la loro empatia. Anzi, Ciravegna stesso si è sempre ritenuto la prima vera vittima di quello scandalo per i danni arrecati alla sua azienda e alla sua persona. Abbiamo provato fin da subito a far leva sullo Stato affinché si facesse carico dei risarcimenti vista la nullatenenza di tutti gli imputati, ma non abbiamo ottenuto ancora nulla. A distanza di tanti anni, poi, molte delle persone rimaste cieche o ipovedenti sono ormai morte ed è persino difficile rintracciare tutti i familiari delle vittime. Qualcuno, dopotutto, ha preferito lasciar perdere, vinto dalla rassegnazione».
Ancora pochi giorni fa su "Repubblica" Roberto Ferlicca ha sottolineato come «L’Italia produce alcuni dei migliori vini al mondo. Un settore di cui siamo orgogliosi. Ma c’è anche chi mette in commercio vino fasullo, che sulla carta appartiene a Doc e Docg, ma che si può comprare a un euro o poco più, spesso senza che sia indicata la provenienza. All’epoca furono promessi controlli rigidissimi. Ma quelle parole non sono state del tutto mantenute».
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