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Dal Piemonte al Ruanda e all’Uganda: la storia di Maria, che lavora per combattere fame e povertà

Cooperazione, sostenibilità e autonomia: esperienze sul campo per sicurezza alimentare, educazione ed economia verde

Dal Piemonte al Ruanda e all’Uganda: la storia di Maria, che lavora per combattere fame e povertà

Lavorare concretamente per un mondo migliore: sono tanti i giovani che scelgono questo complesso ma gratificante percorso di vita, nella speranza di poter portare un concreto contributo al miglioramento delle condizioni globali di intere comunità e costruendo una società finalmente più inclusiva. Maria Olivero è una giovane peveragnese, che sta vivendo l’esperienza di consulente per Food and Agriculture Organization. Nonostante la giovane età è stata impegnata in tanti contesti: Thailandia, Romania, Ruanda: attualmente si trova in Uganda: si occupa di progetti di sicurezza alimentare, ambiente, economia circolare, educazione, formazione e lavoro.

Raccontaci che cosa hai studiato e cosa ti ha spinto a scegliere questo percorso.

«In Università, ho studiato Relazioni Internazionali e Diritti Umani, e ho scelto questo percorso di studio e di vita spinta dalla curiosità di capire come costruire società più inclusive e rispettose dei diritti di ogni persona, ma anche dall’ispirazione dei racconti di un familiare che anni fa aveva seguito lo stesso percorso in un contesto storico diverso, ma altrettanto fragile. L’idea di contribuire allo sviluppo integrale di una persona e di una comunità - senza limitarsi a soluzioni temporanee o assistenzialistiche - mi ha fatto capire che volevo impegnarmi concretamente per promuovere diritti, opportunità e autonomia reale. In fondo, credo che ogni scelta, ogni gesto, ogni politica a cui diamo voce e sostegno costruisca il mondo in cui viviamo e vivremo tutti».

Hai vissuto e vivi esperienze lavorative all’estero. Di che cosa ti occupi?

«Sì, ho lavorato in Thailandia, Romania, Ruanda e attualmente in Uganda, principalmente su progetti di sicurezza alimentare, ambiente, economia circolare, educazione, formazione e lavoro. In Ruanda ho collaborato con un’organizzazione non governativa su un progetto dedicato all’economia verde, alla sicurezza alimentare e all’energia pulita. Nelle aree rurali e non solo, le famiglie cucinano ancora con fuochi tradizionali accesi in casa, che producono molto fumo e consumano grandi quantità di legna. Questo non solo danneggia la salute - soprattutto di donne e bambini - ma contribuisce anche alla perdita degli alberi e all’inquinamento.

Per affrontare questi problemi, il progetto ha introdotto fornelli a risparmio energetico, che consumano meno legna e producono meno fumo. La formazione professionale è stata organizzata per insegnare ai giovani locali a produrre questi fornelli, creando competenze tecniche e opportunità di lavoro. Allo stesso tempo, sono state create cooperative agricole e vivai di alberi per sostenere la riforestazione, e promosse campagne di sensibilizzazione sulle pratiche agricole sostenibili e sulla protezione delle risorse naturali.

Questi progetti dimostrano che la salute, l’educazione, l’ambiente e l’economia non sono ambiti separati: quando si migliora uno di essi, anche gli altri ne traggono beneficio. Una comunità più sana può lavorare meglio, un ambiente più pulito sostiene l’agricoltura e più istruzione apre la strada a nuove opportunità economiche.

Attualmente, in Uganda, lavoro per un’agenzia intergovernamentale internazionale su sicurezza alimentare e agricoltura sostenibile, supportando le comunità locali nella produzione di cibo sicuro, nella creazione di opportunità di lavoro e nella protezione delle risorse naturali. L’attenzione allo sviluppo rurale e all’agricoltura - principale fonte di sostentamento in questi Paesi - è uno degli strumenti più efficaci per ridurre la povertà e la fame.

Credo che la parola chiave del mio lavoro sia sostenibilità: l’obiettivo è dare alle persone la possibilità di diventare autonome, valorizzando le loro capacità e fornendo strumenti e opportunità che permettano di crescere in modo indipendente nel tempo, superando il circolo dell’assistenzialismo. In questo modo, gli aiuti non restano un fine in sé, ma diventano un mezzo per costruire il proprio futuro».

Ecco, sostenibilità. Cosa si intende per sostenibilità? Puoi fare degli esempi concreti?

«Quando parlo di sostenibilità, penso a interventi che non si limitano a offrire un aiuto immediato, ma che permettono alle persone di diventare progressivamente autonome, capaci di costruire da sole il proprio futuro.

Un esempio concreto viene da un progetto educativo in Ruanda, pietra miliare dell’organizzazione per cui ho lavorato. L’obiettivo principale è garantire un’educazione di qualità ai bambini in situazione di vulnerabilità. Per renderlo sostenibile, invece di pagare direttamente le tasse scolastiche - creando una dipendenza dagli aiuti - il progetto sostiene l’autonomia delle famiglie, aiutandole a sviluppare, per esempio, attività generatrici di reddito.

Come? Attraverso corsi di formazione per la coltivazione di funghi o altri ortaggi, molto richiesti sul mercato locale, così che i genitori possano guadagnare e pagare la scuola dei figli. Oppure offrendo piccoli prestiti per affittare terreni e coltivare mango, avocado e altri frutti locali: quando gli alberi iniziano a produrre, la famiglia dispone di un reddito stabile per coprire spese scolastiche e altre necessità.

Un altro intervento prevede la distribuzione di piccolo bestiame - conigli, galline e maiali - che garantisce una fonte regolare di reddito. Ogni famiglia è invitata a donare parte della prole da esso generata a un’altra famiglia non ancora inclusa nel progetto, creando così una catena di solidarietà che rafforza l’intera comunità.

A queste attività si affiancano percorsi di formazione e sostegno psico-sociale, per supportare il benessere complessivo e le dinamiche relazionali all’interno della famiglia. Anche i bambini partecipano, ad esempio attraverso laboratori di educazione finanziaria: ciascuno riceve una gallina e il ricavato delle uova viene raccolto in un salvadanaio comune, con cui acquistano a turno materiale scolastico.

Nei villaggi, adulti e bambini partecipano spesso a gruppi di risparmio e credito, che funzionano come piccole “banche locali”. I risparmi messi insieme servono per concedere piccoli prestiti ai membri del gruppo, aiutando le famiglie a gestire emergenze o piccoli investimenti senza dover dipendere da aiuti esterni.

In questo modo, la sostenibilità diventa concreta: non un concetto astratto, ma un percorso che trasforma l’aiuto in opportunità, e l’assistenza in autonomia».

Si parla di progetti. Di che cosa si tratta? Chi li supporta?

«I progetti di cooperazione internazionale sono iniziative concrete che mirano a migliorare la vita delle persone e delle comunità, affrontando problemi come la povertà, l’insicurezza alimentare, la mancanza di istruzione o la crisi ambientale.

Dietro ogni progetto c’è un lavoro di rete tra molti attori: i donatori - governi, fondazioni private, istituzioni aziendali, Unione Europea, agenzie delle Nazioni Unite o singoli cittadini - mettono a disposizione i fondi; le organizzazioni internazionali, le organizzazioni non governative, le associazioni - sulla base dei bisogni - progettano le attività sul campo insieme con la comunità locale, che beneficia e al tempo stesso partecipa attivamente alle iniziative previste in accordo con i donatori.

Un progetto può voler dire costruire pozzi o sistemi di irrigazione per combattere la siccità, formare agricoltori su tecniche sostenibili, rafforzare cooperative di donne per creare piccole imprese, offrire formazioni su tematiche ed ambiti diversi.

In sostanza, la cooperazione internazionale non porta soluzioni “chiavi in mano” dall’esterno: lavora insieme alle persone per costruirle, valorizzando le risorse e le competenze già presenti nei territori».

Quindi, che cos’è esattamente la cooperazione internazionale? Perché è importante?

«La cooperazione internazionale è la collaborazione tra Paesi, istituzioni e persone per affrontare sfide globali che nessuno può risolvere da solo: povertà, fame, conflitti, disuguaglianze, cambiamento climatico. È l’idea che lo sviluppo di una parte del mondo non possa avvenire a discapito di un’altra, perché viviamo in un sistema interconnesso, dove il benessere o la sofferenza di una regione si riflette inevitabilmente su tutte le altre.

Oggi, questa collaborazione è più necessaria che mai - ma anche più fragile. I conflitti odierni, tra cui in Sudan, Repubblica Democratica del Congo, Yemen, Palestina e Ucraina (per citarne alcuni), stanno ridisegnando gli equilibri globali, generando instabilità alimentare ed economica, crisi energetiche, migrazioni forzate e una crescente sfiducia tra i Paesi. Queste guerre, oltre a devastare intere popolazioni, influenzano la vita quotidiana di tutti: basti pensare all’aumento dei prezzi del cibo e del carburante, alle interruzioni nelle catene di approvvigionamento, o alla pressione crescente sui sistemi di accoglienza.

Allo stesso tempo, il mondo attraversa una crisi profonda della cooperazione stessa. Molti governi riducono i fondi per l’aiuto allo sviluppo, dirottandoli verso spese militari o esclusivamente ad emergenze interne, che sono direttamente interconnesse a sfide ed emergenze esterne. Ma le crisi non si risolvono con muri o armi: richiedono dialogo, responsabilità condivisa e la capacità di guardare alle cause profonde delle disuguaglianze, non solo ai loro effetti immediati.

In questo senso, la cooperazione internazionale non è un gesto di carità, ma un impegno politico e morale per difendere i diritti umani e la dignità delle persone, ovunque si trovino - perché la mia vita ha lo stesso identico valore di quella di un’altra. Non si può restare neutrali di fronte a ingiustizie strutturali o violazioni sistematiche del diritto internazionale: la neutralità, in questi casi, diventa una forma di complicità.

Per questo oggi la cooperazione ha un valore enorme. È l’alternativa alla logica della forza, un modo per costruire pace e stabilità attraverso il riconoscimento reciproco, la giustizia e l’equità. È la prova concreta che il mondo può scegliere la solidarietà invece della paura, la responsabilità invece dell’indifferenza».

Come si collega alla vita di tutti i giorni?

«La cooperazione internazionale non riguarda solo grandi progetti nei Paesi lontani: comincia anche dalle nostre scelte quotidiane. Quando acquistiamo prodotti da filiere certificate e rispettose dei diritti delle persone, capi di seconda mano, riduciamo lo spreco alimentare o sosteniamo raccolte fondi per progetti di sviluppo, stiamo dando dignità al lavoro e creando opportunità, non dipendenza. Anche la scelta della banca conta: alcune istituzioni finanziarie investono ancora in industrie che producono armi o che danneggiano gravemente l’ambiente, mentre altre sostengono progetti sociali, agricoli e ambientali.

Informarsi, partecipare e votare con consapevolezza significa chiedere ai governi di mettere la solidarietà, la pace e la tutela delle risorse naturali al centro delle politiche. Il voto è un gesto potente: ogni volta che andiamo alle urne possiamo sostenere politiche che promuovano cooperazione, giustizia sociale e tutela dell’ambiente. Perché il mondo che scegliamo di sostenere là fuori è lo stesso in cui viviamo ogni giorno. Così ci prendiamo cura di noi e degli altri, perché il nostro benessere dipende dal loro e viceversa. Quando altrove ci sono guerre, povertà o crisi ambientali, anche noi ne sentiamo le conseguenze. Il mondo ha risorse limitate: secondo le stime dell’ONU, ogni anno consumiamo molte più risorse naturali di quante la Terra possa rigenerare in 12 mesi.

Ma la cooperazione va oltre i consumi: è anche un modo di guardare al mondo con responsabilità ed empatia. Pace, giustizia, sicurezza alimentare e climatica non sono beni “esportabili”: si costruiscono insieme, ogni giorno, anche con piccoli gesti.

In fondo, cooperare significa sentirsi parte di un’unica famiglia umana: ogni volta che agiamo con rispetto, cura e giustizia - anche nella nostra casa, nel lavoro o nel nostro quartiere - contribuiamo a costruire, nel nostro piccolo, quel mondo più giusto e solidale che la cooperazione internazionale cerca di realizzare su scala più ampia».

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